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postato da MoffaLuigi
venerdì, 14 luglio 2006

Vita e opere di Le Corbusier

 
 

Pubblicato per la prima volta nel 1979, Vita e opere di Le Corbusier è arrivato alla sua VIII edizione. Cosciente della forzata sintesi per ragioni editoriali, rispetto alla copiosa produzione teorico-progettuale di L-C., il testo è principalmente mirato agli studenti confidando che leggere vita e opere di Le Corbusier possa servire a mettere in crisi il semplicismo di molti studenti di architettura odierni (che credono solo al binomio CAD + riviste di attualità).
Patriarca del Movimento Moderno, la figura di Le Corbusier continua ad emanare un fascino senza tempo. La sua notevole propensione ad assimilare tutto ciò che vede, schizzando, fotografando, interrogandosi continuamente; le sue manie di grandezza, al punto di ritenersi egli stesso parte di quella elitè per cui progetta le city con alti grattacieli, elitè cui è affidato il compito di gestire e disciplinare l’ordine della società in cui vive; la passione per la vita claustrale, che non lo abbandonerà mai, lo studio ricavato nel corridoio di un ex convento abbandonato in Rue de Sèvres, la sua personale cella di lavoro, un prisma di 2,26 x 2,26 x 2,59 m senza finestre. E senza dimenticare la poliedricità che contraddistingue questa figura fin dai suoi esordi.
Tentori riconosce il debito di omettere alcuni fondamentali interessi di L-C. chiedendosi se fosse lecito, cioè, separare l’opera dell’architetto dagli altri straordinari prodotti della sua personalità artistica; dall’interesse – dimostrato dalla prima giovinezza e prolungata fino al termine della sua vita – per ogni tipo di manifestazione artistica (artigianale-industriale) di qualsiasi tempo e di qualsiasi Paese; se fosse lecito, soprattutto, separarla dalla sua pittura e scultura, per giungere fino a quell’opera d’arte totale, benché effimera, che fu il Padiglione Philps all’Expo internazionale di Bruxelles. L’attenzione è spesso indirizzata all’attività urbanistica lecobuseriana, relegando poco spazio ad architetture magari molto più blasonate. Qui il merito di focalizzare l’attenzione su uno degli interessi costanti di L-C. che attraverserà tutta la sua produzione, e che parte dallo schizzo di studio alla scala paesaggistica per giungere alla definizione degli appartamenti tipo fino agli arredi. Salti di scala notevoli che dimostrano come urbanistica e architettura siano stati sin dal principio fenomeni inscindibili nella sua concezione.
In un periodo in cui l’editoria sembra mirare sempre più alla carta patinata e sempre meno ai contenuti, l’edizione economica Laterza di questo libro, merita di essere acquistata.
Concludo con un commento di Tentori
In un’epoca come l’attuale, in cui revival delle ricerche plastiche dell’avanguardia degli anni ’10-’20 (da Boccioni a Pevsner e Gabo) vengono spacciati per straordinarie opere “originali”, si può solo dire che il Padiglione Philips, 1958, di L-C. (ma anche la Sala O alla mostra della “rivoluzione” fascista”, 1932, di Giuseppe Terragni) sono di gran lunga più originali e più importanti di tali revival.
Ed una citazione dello stesso L-C. che a me piace molto: La natura chiude una vita, un’attività ammirevole, con la morte; e niente è più trasmissibile che la nobiltà del frutto del lavoro: il pensiero. Tutto il resto scompare. [Quand les cathèdrales ètaient blanches, 1936)
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categoria : architettura, biblioteca dellarchitetto

postato da MoffaLuigi
giovedì, 13 luglio 2006

Mariopaolo Fadda e l'architettura moderna

E' del 5 luglio la recensione fatta da Mariopaolo Fadda a proposito del progetto del Consorzio Industriale di Laura Rocca, titolare dello studio Roccatelier Associati. Esula da questo post un giudizio del progetto in questione. Più che altro mi ha colpito l'ineleganza delle citazioni tirate in ballo per nobilitare il progetto recensito, spesso fuori luogo, brandelli estratti da contesti notevolmente distanti dal contesto in cui Fadda li ha reinseriti senza tanti scrupoli.

Prima osservazione: idendità dei luoghi, Genius Loci, questione troppo spesso fraintesa dai pseudo-critici dell'architettura contemporanea. L'affermazione di Fadda secondo cui l'architettura ha la sua ragion d'essere proprio nel determinare l'idendità dei luoghi può anche essere condivisibile, purchè non si scada nel semplicistico ed egoistico sistema che ammette: progetto il mio edificio, piu o meno astruso ed affascinante allo stesso tempo, lo appoggio su un terreno, e con il tempo l'edificio darà l'idendità al luogo che lo circonda. Cosi facendo si specula su un fattore della psicologia sociale secondo cui con il passare del tempo un edificio, indipendentemente dal suo valore estetico-funzionale, viene assorbito dalla coscienza e dalla memoria collettiva sino a diventare invisibile, quotidianamente accettato. Tutti abbiamo esultato nel veder crollare l'ecomostro di Punta Perotti, ma secondo me a qualcuno che quei luoghi li abitava da anni, in fondo un tantino è dispiaciuto. L'esempio di Punta Perotti è ovviamente al limite del paradossale. Ma resta di fatto che il tempo si appropria tanto degli spazi edificati dall'uomo quanto della memoria collettiva di chi quegli spazi li abita quotidianamente.

E' imprescindibile un confronto diretto con la realtà in cui un edificio si inserisce. Tesi avvalorata dal fatto che i territori dell'architettura attuale non sono più le praterie sconfinate di Wright o l'aperta campagna di Le Courbusier. Gli spazi dell'architettura contemporanea sono spazi  in-between laddove cioè si viene ad operare in luoghi precostituiti, laddove ad una rete di relazioni solidificate dall'uso nel tempo si vengono a sovrapporre nuove funzioni, nuovi percorsi, nuove modalità di approccio. Tutto ciò va preventivato sin dalla fase di analisi di un progetto. Al punto che l'idendità del luogo, il contesto diventa strumento ispiratore del progetto stesso. Si pensi ad esempio alla Stazione viaggiatori di Firenze di Michelucci. Pur senza rinunciare nemmeno per un attimo all'utilizzo di una semantica razionalista pura, il rispetto del contesto è parte integrante del progetto. Dal profilo allungato - per non competere con l'antistante chiesa di S.Maria Novella - alla scelta dei materiali di rivestimento, dall'arretramento del complesso rispetto all'originaria stazione all'organizzazione dei percorsi.

Seconda osservazione: più propriamente al progetto recensito Fadda elogia i piani sghembi che ben riflettono le "irregolarità e il caos" della città contemporanea. Anche su questa osservazione dei piani sghembi e della loro presunta affinità con le irregolarità ed il caos metropolitano ci sarebbe molto da dire. A patto che il progetto recensito si inserisca nelle irregolarità e nel caos della citta contemporanea. Il progetto di Laura Rocca mi sembra invece alquanto distante dallo scenario della metropoli moderna.

Terza ed ultima osservazione: la pericolosità della citazione. Personalmente sono affascinato dalla citazione in se per se. Non fosse altro che essa vale a non ripetere cose gia dette, e magari molto meglio di quanto le pensiamo noi che ne facciamo uso. E' insito però nell'uso della citazione un pericolo di fondo: a prelevarla dal contesto orginario e reinserirla altrove può travisarne il contenuto. “L’essai sur l’architecture” di Laugier è quanto di più distante esiste dall'edificio del consorzio Industriale. Nel Saggio Laugier invoca una sorta di ritorno all'ordine in cui gli elementi essenziali dell'architettura sono la colonna libera in funzione di sostegno - e quindi contro la colonna in funzione di solo ornamento - il relativo archistrave e il frontone come espressione del tetto a spiovente. Tutto l'apparato decorativo puo considerarsi secondario ed inutile. Pareti, porte e finestre sono necessarie per questo vanno accettate. l'arte delle combinazioni prescinde in ogni modo da elementi formalistici accessori, o gratuiti.

Per concludere, il male dell'architettura italiana non è dovuto al rigurgito storicistico che Fadda attribuisce alla cultura italiana di ogni tempo ed ogni età. La cultura architettonica italiana si è sempre fatta apprezzare, e non per il suo presunto rigurgito storicistico. I problemi sono altri, di carattere istituzionale, universitario, di risorse economiche in un paese che stenta a tenere il passo dei grandi. Di organizzazione e di confusione. Non per questo non si segnalano edifici di qualità e progettisti validi.


 Il testo Originario di Mariopaolo Fadda è stato pubblicato su: www.spazioarchitettura.net

Link: http://www.spazioarchitettura.net/articoli/architettura/79

Un' ampia documentazione di immagini del progetto del Consorzio Industriale di Laura Rocca si trovano nel sito dello studio Roccatelier associati: www.roccatelier.it

Link: http://www.roccatelier.it/content/dettaglio_opera.asp?id=137

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postato da MoffaLuigi
mercoledì, 12 luglio 2006

CHK - Container Home Kit

L'idea di utlizzare i container per il trasporto delle merci come abitazioni non è nuovo. Sono molte le proposte che si sono succedute nell'ultimo decennio. Tutte partono da un dato di fatto: il vivere contemporaneo. Che si è evoluto nel tempo e che trova le sue peculiarità negli ambienti con superfici sempre più ridotte, e nei volumi scatolari chiusi sui lati piu lunghi ed aperti da grandi vetrate sui lati corti. Questo progetto non si sottrae alla logica imperante. A differenziarlo da altre proposte precedenti simili sono principalmente due caratteri:

- la combinazione di piu moduli sia in orizzontale che in verticale. Mentre nelle proposte precedenti - si pensi a  La Container Ground Exibition, una città provvisoria interamente costruita con vecchi container in occasione della mostra Open Living alla Tokyo Designer's week, o al più appariscente morfologicamente Casa Rifugio Future Shack di Sean Godsell - i container sono trattati come unità singole, in questo caso sono sovrapposti in sezione ottenendo unità abitative su due piani, e in pianta, secondo una logica di giustapposizione dei moduli, ottenendo ambienti 2x2 3x3 4x4.

- l'intervento massiccio sulla struttura del container che seppur utilizzato intelligentemente negli interni laddove le lamiere diventano divisori interni mantenedo inalterata la struttura originaria, gran parte dell'involucro iniziale si perde nel processo di iterazione.

Si perde quindi uno dei presupposti alla base della ricerca sul living box che tenta di riutilizzare vecchi container in disuso ed abbandonati per rispondere al fabbisogno di unità abitative velocemente realizzabili ed economicamente vantaggiose. Accostare più moduli, per ovviare all'inconveniente della larghezza di partenza ridotta, ed intervenire sulla struttura significa rinunciare alle potenzialità insite in questa linea di ricerca. Che meglio si presta per risolvere appunto il fabbisogno abitativo delle popolazioni in via di sviluppo. Del resto, curare gli interni cosi come è stato proposto nel progetto CHK fa sorgere spontanea una domanda:  dove risiede la convenienza di tale operazione? Forse sarebbe meglio indagare altre soluzioni tecnologiche a parità di risultati e a parità di risorse economiche.

Resta al progetto il merito di un ulteriore sviluppo che però resta troppo in bilico tra il living box e l'invenzione della giornata.

     


Progetto pubblicato su: www.noticiasarquitectura.info

Link: http://www.noticiasarquitectura.info/especiales/chk-lot-ek.htm

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