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Dibattito
Città da rottamare 01
L'AUDIS - Associazione delle Aree Urbane Dismesse - nata nel 1995 allo scopo di promuovere un dibattito culturale sui possibili scenari di recupero delle 'aree dismesse' (interi settori urbani la cui riconversione consentirebbe alle città di dotarsi delle strutture necessarie per conseguire nuovi livelli di qualità urbana), ha organizzato un convegno, che si terrà a Roma venerdi 1 dicembre 2006, dal provocatorio tema: "La città da rottamare. Dal dismesso al dismettibile nell'edilizia residenziale del dopoguerra". Nella sua vasta area disciplinare l'associazione limita quindi per questo convegno l'attenzione a quelle corpose parti di città destinate ad uso residenziale che costruite in maniera piuttosto frettolosa nel dopoguerra, in seguito alle violente distruzioni prodotte dagli eventi bellici, fino ai primi anni '70, rappresentano oggi parti di città consolidate che la cultura urbanistico-architettonica ha da sempre amato definire periferie, e che attualmente sono diventati parti integranti la città.
Roberto D'Agostino e Pier Paolo Maggiora hanno anticipato alcune delle tematiche che verranno dibattute durante il congresso, su Radio 3 Suite. Roberto D'agostino punta l'attenzione sulla destinazione sociale di queste aree. Aree residenziali che esaurito un ciclo di vita fisico ed economico, non più in grado di soddisfare le esigenze che l'abitare contemporaneo impone, sono abitate da quelle classi sociali meno abbienti, le fasce piu deboli - immigrati compresi - che vittime di un sistema economico che non ammette cambiamenti di residenza, sono costretti ad assecondare le regole del mercato immobiliare imperante nelle nostre città. Queste aree residenziali sono parti di città che non sono più periferie ma in molti casi lambiscono i centri storici. Pier Paolo Maggiora affronta invece le questioni più delicate legate alla 'demolizione' ed agli 'attori responsabili' di tale processo. Al fin troppo scontato confronto tra le città francesi e le città italiane, di cui le prime molto piu aperte storicamente ad imponenti lavori di demolizione e ricostruzione, Maggiora afferma che bisogna imbastire una teroia dei valori senza la quale non si puo stabilire cosa è marcio e cosa vale la pena tenere, ristrutturare, rifunzionalizzare. Quando tutto si conserva a prescindere dalla teoria dei valori, tutto si paralizza. Mentre per quando riguarda le responsabilità, molto probabilmente è giunta l'ora di non incolpare delle conseguenze unicamente architetti ed urbanisti. Sicuramente fanno parte del processo di degrado, e sicuramente va loro la colpa di non aver sollevato la spinosa questione, di non aver innescato un fertile dibattito dalla quale ricavare utili rifermenti di approccio e di pratica, un orientamento metodologico utile a riqualificare queste aree. Ma bisogna tener conto anche delle amministrazioni comunali, delle iniziative private, che al pari di architetti ed urbanisti, intevengono in maniera attiva nelle vicende urbanistiche della città.
In attesa degli esiti del convegno, non ritengo affatto scontate alcune considerazioni. Il confronto tra l'approccio alla demolizione nella cultura francese e nella cultura italiana potrebbe essere facilmente archiviato con il caso Baunlieu. In fondo problemi di ordine di quella portata non si sono verificati nelle nostre città. Anche se vi sono state delle piccole avvisaglie. Un confronto senza approfondimenti delle diverse vicende sociali dei due paesi sarebbe ridicolo quindi esula da questo post. E' vero che la cultura urbanistico-architettonica ha fin troppo spesso evitato il problema di quell'edilizia residenziale priva di qualità formali e funzionali capaci di reggere all'evoluzione del tempo e della società. E cosi ci ritroviamo oggi giorno con milioni e milioni di metri cubi di residenze fatiscenti e sempre più invivibili, e con l'assenza di strumenti di analisi e metodologie d'intervento qualificate. E mentre le patinatissime riviste nostrane continuano imperterrite a pubblicare le foto ritoccate ad arte dell'archistar di turno, ben vengano convegni in cui sta a cuore il destino delle nostre città.
Esito concorso
Concorso di idee: N.E.D. Nuovo edificio Direzionale
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E' stato assegnato al gruppo coordinato da Fabrizio Rossi Prodi il primo premio del concorso di idee indetto dalla società Zambonini srl che, in seguito ad uno stato di salute invidiabile per una impresa italiana testimoniata dai continui acquisti di aree adiacenti alla sede nativa dell'impresa ed ai corposi ampliamenti avvenuti nel tempo, chiedeva proposte progettuali di massima per i nuovi uffici direzionali. Il bando specificava la prelidizione per la carpenteria metallica in tema di struttura, mentre allo stesso tempo si consigliava un 'modello architettonico improntato alla leggerezza, all'impiego di materiali innovativi, vetro anche con funzione strutturale, rivestimenti e sagomati metallici di vario genere, frangisole fissi e mobili, pannelli fotovoltaici architettonici'. A ciò si aggiungeva un programma funzionale preciso e dettagliato che doveva soddisfare l'organicità del lavoro di gruppo che contraddistingue l'azienda.
Il progetto vincitore ben soddisfa le esigenze di immagine che la Zambonini intende imprimere con un tale investimento. Elemento caratterizzante è la facciata rivolta a Sud, completamente aperta verso la tangenziale, punto di vista dall'esterno privilegiato dal progetto, che oltre a definire il volto dell'edificio, diventa essa stessa luogo espositivo, galleria espositiva nella quale condurre i clienti in una sorta di visita guidata estremamente esplicativa delle capacità tecnico-artistiche dell’impresa. Tecnicamente la facciata è in realta una doppia facciata, che definisce una vera e propria galleria espositiva, all'interno del quale si sviluppano una serie di percorsi che, ai diversi livelli dell'edificio, aprono viste ai clienti, visitatori, sia sull'attività progettuale che sull'attività piu propriamente produttiva, in maniera da rendere sempre visibile la fase produttiva sia come informazione per i clienti, che come garanzia di qualità non solo del prodotto finito ma anche delle varie fasi di lavorazione. Il progetto gran parte impiantato sull'immagine suadente che deve trasmettere tanto a chi attraversa la tangenziale quanto ai clienti che vi si recano per collaborare alla definzione di progetti di facciate da realizzare (la Zambonini appunto realizza facciate e rivestimenti di edifici) prevede, grazie ad una variegata e studiata mappatura dei courtain wall, una colorazione mutevole della facciata dell'edificio trasformando lo schermo sordo della facciata in una superficie osmotica capace di assorbire e riverberare, le peculiarità del paesaggio piacentino.
A questo punto, tralasciando volutamente descrizioni surreali per quanto riguarda la spazialità interna dell'edificio, sorgono alcuni interrogativi e perplessità non tanto sulla qualità generale del progetto, quanto su aspetti concettuali che hanno guidato e delimitato la fase progettuale. Anzitutto la galleria espositiva è una serra d'estate e un congelatoio in inverno. Completamente esposta a sud a poco servono le aperture apribili alla base ed alla sommità di essa in estate per mettere in moto l'effetto camino di cui spesso si abusa per giustificare scelte estetiche energeticamente dispendiose. E una doppia facciata completamente vetrata cosi ampia rivolta a sud richiederà impianti di condizionamento di dimensioni non indifferenti, a tal punto che sorgono dubbi sull'effettiva considerazione che il bando prometteva di riporre in soluzioni attente al contenimento energetico, al comfort ed alla salubrità degli ambienti. In secondo luogo mi ha lasciato perplesso il servile e incondizionato piegarsi di Rossi Prodi alla logica della capacità di fascinazione cui lo stesso architetto fa riferimento. E cosi, fedeli ad uno dei tanti moniti di successo del Movimento Moderno secondo cui l'architettura deve rappresentare attraverso i mezzi che le competono la società in cui si inserisce, per cui è progettata, onde non essere etichettata come tradizionale, retrogada, Rossi Prodi fonda l'idea generatrice dell'edificio sulla capacità di fascinazione e di proiezione nel futuro che ormai le immagini possiedono nella nostra civiltà. Un nesso però mi sfugge in tale teoria: la società dell'immagine che contraddistingue l'evoluzione di quest'ultimo decennio fa un utilizzo appunto dell'immagine che definirei barbaro. Queste hanno una vita media di pochi attimi, il tempo di un click, o di una sfogliata di pagina, che mal si lega concettualemente ad un'attività costruttiva che realizza manufatti destinati a durare nel tempo. La società contemporanea, la società liquido-moderna cosi come l'ha definita il sociologo Zygmunt Bauman, e a cui lo stesso Rossi Prodi fa riferimento, è assuefatta dall'immagine, dalle carrellate di immagini che il web ci propone in quantità illimitate, ed alle quali click dopo click ormai non facciamo piu caso. Pubblicità, locandine, reportage fotografici, altro non cercano che l'inconsueto, un modo come un altro (tutti sono piu o meno leciti) di attrarre l'attenzione, un attimo di attenzione per la precisione. L'architettura va oltre l'attimo. Ridurre l'architettura alla capacità di fascinazione che un immagine deve contenere come requisito fondamentale alla sua sopravvivenza, equivale a ridurre la stessa ad architettura di facciata, quanto costosa non importa, esattamente come avveniva durante l'800 e in tutte quelle epoche e stili dove la colonna aveva perso la sua funzione statica primigenia di supporto fino a divenitare pura decorazione, attaccata piu o meno rigorosamente alle facciate. Il movimento moderno aveva ben altre ragioni di scagliarsi contro l'accademia imperante all'inizio del secolo, affermando la necessità di un architettura cosciente dei mutamenti sociali che si erano verificati, e continuavano a prodursi, per effetto della rivoluzione industriale. E quale è stato uno dei risultati spesso trascurati dalla critica, ma a mio avviso tra i piu importanti, delle tematiche rivoluzionarie del moderno? Che l'architettura ha perso ogni carattere di eternità, o meglio di durabilità (si pensi al Pantheon, la cupola piu grande al mondo mai costruita fino ad ora completamente in calcestruzzo, che attrae sguardi ammirati da 2 millenni) rispetto alle opere del moviemento moderno (si pensi alle costosissime opere di manutenzione che occorrono per mantenere staticamente efficienti gli sbalzi della casa sulla cascata di Wright inaugurata 67 anni fa). E la tendenza alla diminuzione della vita media di un edificio tutt'ora in voga, in stretta simbiosi con la brevissima durata dell'immagine, ci rende edifici affascinanti oggi, e che non si sa cosa farsene fra 5 anni. Rossi Prodi a mio avviso poteva osare di più. La societa che ha bandito il concorso lasciava presumere nel bando che sicuramente, ed ovviamente, era interessata a questioni di immagine della società, ma che allo stesso tempo restava ben aperta a soluzioni che non si fermassero alla sola servile capacità di fascinazione dell'edificio progettato. E se in questa proposta l’architettura deve diventare un veicolo pubblicitario dei prodotti di un’impresa non oso immaginare cosa progetti Rossi Prodi se gli viene chiesto dalla Control o dalla Durex di definire un edificio direzionale.
Immagini dei progetti partecipanti
Home page del sito si Rossi Prodi
Home page del sito della Zambonini srl