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postato da MoffaLuigi
mercoledì, 28 febbraio 2007

002 Infomation Tecnology - Intervista ad Antonino Saggio

Alessandro Bordicchio - pubbliciatario che da tre anni lavora come free-lance in ambito web - intervista Antonino Saggio con l'obbiettivo di approfondire il rapporto tra Architettura, disciplina ponte per eccellenza, e tecnologia, con passaggi radenti sui consequenziali temi di interazione.




Riporto alcune parti dell'intervista che ho riscritto per fissare meglio i concetti di uno dei più attivi teorici e critici dell'architettura contemporanea in Italia. Il testo scritto ripropone fedelmente i contenuti dell'intervista, senza introdurre formalismi tipici del linguaggio scritto, che altrimenti avrebbero alterato la genuinità dell'intervista stessa.

A.B.:   Il Simposio è una vetrina per sette nuovi volumi e da vari fronti sottolineano l'importanza del rapporto tra progettazione architettonica e rivoluzione informatica. Quanto c'è ad oggi di teoria e sperimentazione e quanto di pratica?
A.S.:   Comincia ad esserci anche abbastanza applicazione progettuale concreta, su due fronti: in un fronte vi sono gli architetti integralmente ricercatori digitali. Questa generazione comincia ad avere opere realizzate in cui si testano una serie di idee; e poi esiste un'altra generazione di architetti - chiamiamoli ibridi - in cui la ricerca architettonica 'classica' e la 'sperimentazione digitale' si intrecciano fortemente in questa fase storica. Ma esiste anche una generazione di quarant'enni, cioè di architetti che hanno una mole importante di costruzioni alle spalle, che però entrano fortemente dentro il paradigma digitale.

A.B.:   La soggettività di intuizione dello spazio complica in qualche modo il suo lavoro?
A.S.:   La presenza di un avanzamento di tipo tecnologico in tutti i campi all'inizio arriva al livello più basso. La comprensione delle implicazioni sia tecnologiche, sia sociali, sia soprattutto personali di questi strumenti ha bisogno di un tempo di maturazione. E poi c'è un altro livello, soprattutto quando noi parliamo di ambienti che interagiscono con l'ambiente fisico, c'è effettivamente la scommessa di che tipo di nuova estetica implicano questi strumenti: una cosa è la domotica come tecnologia, un'altra cosa è la capacità dell'utente di trarne un vantaggio alto di questa teconologia; un terzo livello è invece l'operatività dei progettisti e degli architetti che capiscono come queste innovazioni tecnologiche cosi importanti entrano in un discorso complessivo, e quindi anche estetico.

A.B.:   Questo significativo aumento dell'interazione con gli strumenti tecnologici porta a un progressivo isolamento?
A.S.:   Ogni arma può essere usata in tanti modi. L'importante è una capacità di direzione, che è data da sempre alla cultura - e quindi a chi si occupa in particolare anche alla responsabilità do orientamento - allora certamente questi strumenti come qualunque strumento può essere usato in tanti modi. Un elemento del mio insegnamento è quello che noi chiamiamo Flag Fleet, cioè un uso molto esteso della tecnologia ma anche in una maniera il più possibile semplice, diretto e trasmissibile. Come quelli che mi seguono sanno, la gestione di tutte queste cose è mio diretto, non ci sono tramite: il web lo faccio io, il blog lo faccio io, non c'è nessun'altro che lo fanno. I miei collaboratori non mi danno nessuna mano in questo. Questo perchè la tecnologia che io adopero deve essere semplice, rapida, quasi immediata. E tutta questa macchina comunicativa per noi è un intensificatore, non è un sostitutivo di altri modi di rapporto. Questo è il concetto chiave: l'intensificazione.

A.B.:   Ritiene che l'uso del computer abbia aumentato la potenzialità della progettazione?
A.S.:   Enormemente!

A.B.:   E non solo in termini di tempo ma anche...
In termini di tempo nient'affatto. Non è mica vero che il computer fa guadagnare tempo perchè comunque il tempo di progettazione e di rapporto che gli architetti hanno con il proprio lavoro è sempre un tempo talmente a dismisura, assolutamente inimmaginabile per una persona: non solo per il cliente - che spesso non capiscono il tempo che gli architetti mettono per fare le cose - ma anche da un altro professionista perchè c'è un rapporto integrale. E questa quantità di tempo è una quantità di tempo che aveva Borromini, che avevano negli anni '70, e che hanno gli architetti adesso. Quindi il computer non è che fa diminuire la quantità di tempo, caso mai la fa aumentare. La ricchezza è che in realtà essendo uno strumento molto più potente, intensifica anch'esso il livello della conoscenza, l'interazione, le possibilità di lavoro anche in luoghi lontani. Non è un vantaggio di tempo. Assolutamente! Gli architetti tanto lavorano sempre dalla mattina alla sera.

A.B.:   L'architettura di per se è una disciplina ponte. Esiste in lei una tensione tra la parte umanistica e quella tecnico scientifica?
A.S.:   E' una disciplina ponte, è una disciplina ibrida. La disciplina più vicina all'architettura è esattamente la psicologia, e non l'ingegneria, e non la matematica, e non la filosofia ecc. Perchè la psicologia - esattamente come l'architettura - ha due aspetti: innanzitutto è una disciplina ibrida se vogliamo dire. Infatti la psicologia ha dovuto contrattare a lungo il suo statuto disciplinare con la filosofia, con la cultura, con l'antropologia, con le scienza del corpo, con la medicina ecc. Il secondo aspetto assolutamente affascinante che ho scoperto è che veramente la psicologia deve usare lo spazio e deve interpretare lo spazio esattamente con una finalità operativa che è la stessa finalità operativa che hanno gli architetti: gli architetti devono comprendere lo spazio e soprattutto comprendere le implicazioni delle nuove tecnologie nello spazio, per poterne progettare di nuovi. E gli psicologi, in maniera estremamente interessante, leggono e devono leggere alcune devianze delle persone con il rapporto allo spazio. Cioè c'è una maniera in cui una determinata patologia vive delle scissioni spaziali, e loro devono operare nello spazio. Tutto ritorna ad una formula che usavo parecchi anni fa che si chiama 'architettura terapeutica'.  Architettura terapeutica nel senso che la progettazione può in qualche modo incidere realmente e profondamente su cose molto importanti della vita.
Un architetto, e soprattutto un architetto che ha la respondabilità di insegnamento e di orientamento, è un soldato impegnato nel campo, è come un politico. A noi non interessa cosa accadrà. A noi interessa in quale campo ci dispieghiamo e attraverso quale strategia, tattica, azione, premere e andare. Quindi la nostra è una disciplina operativa.
E' chiaro qual'è la mia risposta? La mia risposta è promuovere azioni culturali, progetti, che si muovono verso un'arricchimento, una liberazione, una sempre maggiore responsabilizzazione e soggettivizzazione dell'individuo. La battaglia non è ancora vinta, però le battaglie vanno fatte. Quindi noi non osserviamo soltanto, come altri fanno o devono fare per statuto. Noi operiamo!

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lunedì, 26 febbraio 2007

001 Information Tecnology - Roosegaarde Istallations

La diffusione del digitale, la presenza della tecnologia in ogni gesto della vita quotidiana costringe a porsi domande che sfiorano i temi profondi della nostra stessa esistenza. Sono le domande della nostra contemporaneità, che riguardano il nostro modo di essere nel presente e i desideri e le aspettative che stiamo costruendo per il nostro futuro. I dubbi e le pulsioni profonde, l'insofferenza e l'impulso ad agire costituiscono un terreno emotivo fertile di sperimentazione, che trova nella piccola scala, in una dimensione più raccolta, prossima al corpo, un occasione fattibile di verifica, osservazione ed espressione. [...] Dal design all'allestimento fino all'istallazione artistica, in una condizione di vicinanza, di compresenza percepibile di realtà materiale e immateriale, è affrontata la duplice necessità di un nuovo punto di vista concettuale, mentale, sull'esistente, come di una nuova connotazione per il nostro corpo nello spazio. Sperimentando la ricettività di contesti interattivi, parti assopite della sensibilità corporea vengono attivate. La sensitività ritrovata spinge ad agire e scegliere, per modificare il proprio intorno seguendo i desideri più che i bisogni, e affermare le diverse soggettività. [da Arie Italiane, testo di Italia Rossi] 


Vi presento in questo post tre lavori di Daan Roosegaarde, giovane scultore e architetto olandese. Ha da poco inaugurato lo studio Roosegaarde, uno spazio di progettazione e creazione di sculture ed architetture interattivi ad alta tecnologia. Esplora da sempre la relazione dinamica tra uomo, architettura e nuovi media. progetta e realizza sculture in cui tecnologia e corpo umano entrano in collisione. Questa interazione genera una condizione di estrema vicinanza tra pubblico e spazio. che tendono ad immergersi l'uno nell'altro. I video sono accompagnati da uno stralcio dell'intervista che Silvia Scaravaggi ha rivolto all'autore delle istallazioni, utile strumetno per comprendere i principi che stanno alla base di questi lavori. Consiglio vivamente di visitare il sito di Roosegaarde, ben strutturato, interattivo e graficamente accattivante.

Liquid 2.0_Interactive Animal


...Dare arte per me è come avere un sapore in bocca di cui non conosci gli ingredienti. A partire da questa sensazione ho iniziato ad esplorare: leggere, scrivere, viaggiare, parlare... per trovare i giusti ingredienti. Ho capito che la cosa più importante per me era il processo creativo, con tutte le sue dinamiche, il disegno e la costruzione. La scultura statica è come vento chiuso in una bottiglia: non è più vento. Cosi ho inziato a lavorare sull'idea che il visitatore dovesse essere parte integrante dell'installazione in tempo reale. La tecnologia è diventata presto una necessità. Non sono quella che si potrebbe definire una persona tecnologica, ma fu in conseguenza di questa scoperta che lo divenni. [...] Sono realmente interessato all'aspetto umano della ricerca: l'architettura, la tecnologia mi interessano perchè sono strettamente connesse agli aspetti generativi e sensibili della realtà.
[...] Liquid Construction è una serie di sculture interattive che reagiscono al suono e al movimento del visitatore. Qui l'ingrediente principale è proprio l'interazione umana. E sono acnhe connesse l'una all'altra dal loro nome, che si riferisce sempre a qualcosa di fisico - la natura - e di virtuale - l'upgrade -.

Wind 3.0_Interactive Fibers

4D-Pixel è un interfaccia uomo-macchina che reagisce al rumore, alla voce come un display 4d, ma può anche generare caratteri. Liquid 2.0 è un coccon interattivo che si attiva con il suono e con le emozioni, cambiando toni, luminosità e dimensione a seconda dell'intensità delle sensazioni umane. E' un animale interattivo.
[...] Quello che interessa a me è far nascere una relazione, costruire a più livelli un dialogo, un equilibrio tra la scultura e l'uomo. Appunto per quello che dicevo all'inizio: non è la tecnologia, ma lo spazio personale e umano di intervento ad attrarmi. Quando scegliamo e quando seguiamo solamente quello che già è presente? il visitatore già intuitivamente si confronta con questa questione interagnedo con l'opera d'arte.
[...] Il lavoro reagisce al suono e al movimento. In accordo con questi 'input', il software regola e innesca diversi atteggiamenti; ad esempio se chi interagisce si muove con passo frenetico, lo stesso farà la scultura. Nel contempo, il lavoro sviluppa una propria personale attività che seduce lo spettatore e lo chiama a partecipare. C'è chi si ferma un secondo, un minuto, dieci minuti: a ognuno corrisponde una diversa risposta. Se batti forte le mani, otterrai un chiaro effetto; più persone che applaudono più volte noteranno che la scultura reagisce in modo diverso, perchè il software riconosce il contrasto e l'attività seriale. Altri registreranno la differenza tra l'interazione del singolo rispetto a quella di un gruppo. Ogni cosa tende a creare ambienti differenti per l'esplorazione umana. L'interazione con il pubblico è per me l'aspetto più entusiasmante della ricerca. C'è una parte rigida, formata dai materiali e dall'architettura, e una parte flessibile: il 'software' e il comportamento dell'uomo. L'istante in cui questi due aspetti si incontrano rappresenta il punto di progresso. L'ingrediente principale è l'interazione: c'è un attimo particolare in cui il visitatore si avvicina all'opera d'arte e si rende conto che la realtà del lavoro si sintonizza con il suo modo di porsi. Non osserva più ma partecipa.

Dune4.0_Interactive Landscape


Con un'installazione come Dune 4.0 si va un passo oltre: il visitatore diventa un performer, nel senso che l'audience diviene un elemento essenziale dell'idendità del lavoro. Tutto accade in un ambiente super-naturale: camminare attraverso un corridoio in cui la tecnologia collima con il corpo che vi si trova, come un estensione reale sulla sua pelle - come un' 'Alice nel paese delle tecno-meraviglie' -. Nel contemporaneo il mondo fisico e quello virtuale sono sempre più vicini: scompariranno le affissioni pubblicitarie, e le informazioni che vorremmo saranno trasmesse attraverso mezzi tecnologici, collegati sempre più intimamente al nostro corpo e alle nostre esigenze. In questo senso, le mie sculture sono come un secondo livello di esperienza personale e di informazione, che si sovrapppone all'architettura esistente; un interfaccia dinamica. Il presente è relativo.

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venerdì, 23 febbraio 2007

Nolaster studio - 003 Casa OS


 
Acquistato un lotto edificabile sul litorale del Cantabrico, a 30 metri da una scogliera contro cui si infrange il mare, un eccentrica coppia ha incaricato lo studio di architettura madrileno Nolaster di progettare la Casa OS, seconda residenza della committenza. Il lotto è immerso in un paesaggio naturale alquanto stimolante, dove le colline che contornano il luogo costituiscono una sorta di anfiteatro naturale che si apre con la vista sul mare. Ad un osservatore attento non sfuggirebbe un particolare: osservando l'ambiente costruito ci si potrebbe chiedere come mai le case siano rivolte verso sud, anziché aprire la vista verso il mare. Il fatto è che il sole è apprezzato dagli abitanti della montagna mentre il mare resta un presenza evidente. Sole, mare, il luogo del progetto è anche spazzato da un violento vento proveniente da nord-est, una presenza violenta, quasi costante al punto da non lasciar crescere un albero.
  
Questa breve descrizione del paesaggio che circonda la Casa OS era necessaria per comprendere le ragioni delle scelte compositive sulle quali il progetto si fonda.
Infatti la necessità di riparo dal vento dominante suggerisce l'idea di uno sterro al centro della casa, che si eleva da questo per mezzo di una fitta maglia di pilastri fino a raggiungere nuovamente l'allineamento altimetrico alla quota del terreno, all'interno del quale sono stati previsti: un giardino 'sottovento', il portico di ingresso, i posti auto e piccole cantine/magazzini. Nessun elemento in copertura - camini, inferriate, ecc - interferisce con la linea dell'orizzonte, rispetto alla vista di una persona situata al livello della strada. [...] Questa volontà di interferire il meno possibile con la topografia visiva del paesaggio ha stabilito la qualità strutturale dell'edificio e le modalità compositive delle facciate e della copertura, che sono intimamente relazionate al paesaggio circostante. Al di sopra dei pilastri si erge il corpo della residenza, aspramente tinteggiato di nero, dalla base quadrata di 22 metri per lato e altezza pari a 3 metri e mezzo. Il prisma regolare culmina in un tetto praticabile -  la 'facciata più vista della casa' - che ricorda i tetti erbosi dei progetti di Le Corbusier dei primi anni '30, nel momento in cui le stereometriche forme puriste si ammorbidivano al clima ed alle tendenze regionaliste utili a non appiattire anni di faticosa ricerca del movimento moderno.
  
"L'esperienza della semplice complessità". Quindi la particolarità del paesaggio come elemento fondante del progetto da una parte, ma soprattutto un programma funzionale piuttosto insolito è alla base di una pratica progettuale che non aveva evidenti riferimenti diretti da cui attingere, e che rende la Casa OS un esperimento tipologico-compositivo in linea con le dinamiche sociali contemporanee. La committenza ha stabilito il programma della 'seconda casa' - tutti sappiamo che qualche giorno finirà per diventarne la prima -, programma condizionato dalla variazione dell'intensità di uso, fino al numero di persone, al periodo del soggiorno ed al periodo dell'anno. La complessità programmatica (conviventi, famiglia, amici; estate inverno; fine settimana, stagioni lunghe) è stata risolta attraverso la cura degli aspetti energetici - bioclimatici -, della semplicità dello spazio e della flessibilità d'uso. All'inizio del post definivo i proprietari come un'eccentrica committenza. Questa infatti stabilisce un programma funzionale che fa della variabilità d'uso uno dei presupposti fondamentali nella concezione del progetto. Innanzitutto la possibile variazione del numero di utenti che oscilla da un minimo di due persone ad un massimo di una trentina di persone passando attraverso tutte le situazioni intermedie possibili. Già da solo questo parametro spaventerebbe qualsiasi buon progettista succube di modernismo ed existenzminimum. Non da meno è l'alternanza con cui queste trenta persone utilizzeranno la residenza durante l'anno, al variare del periodo di soggiorno, delle stagioni, della settimana, che di volta in volta determinano il numero di utenti. E non da ultimo è stato lo studio dell'incertezza sul futuro di un tale programma: l'età dei proprietari, lo sviluppo incerto delle famiglie - numero di figli - o il possibile cambiamento da seconda a prima residenza, hanno ridefinito un panorama a cui si doveva rispondere allo stesso tempo con la precisione di un orologio e con l'indeterminatezza delle trasformazioni possibili nel tempo.
Immediatamente abbiamo capito che l'esperimento si doveva concentrare nella ricerca di un modello della pianta in grado di assorbire i flussi del tempo contemporaneo che sono stati modellati nelle 'Esigenze di programma' - vedi tavola sinottica ad inizio post - sul quale si sono fondate le ipotesi compositive della pianta. [...] La pianta della casa è costituita da 30 spazi di base associati in 48 accoppiamenti semplici e 132 rapporti complessi. Il grado di incertezza è stato risolto con spazi che nel tempo possono cambiare la propria destinazione d'uso, ad esempio 'l'alto corridoio del sud' - a cui è associato un alto grado di incertezza - può essere utilizzato come dormitorio comune, una stanza dei giochi per i bambini, o semplicemente come corridoio, tessuto connettivo.
  
Il metodo qui descritto affonda le sue radici in quella architettura parametrica tipica delle ricerche di Christopher Alexander - tanto per citarne il più noto fautore - oppure di Luigi Moretti - meno conosciuto ma altrettanto efficace -. Il risultato è una residenza che sradica le consuete metodologie di approccio tipologico, per rispondere alle richieste di una società in continuo movimento/mutamento. La residenza si piega con la sua flessibilità di uso alle dinamiche sociali contemporanee, con un programma che oltretutto non tralascia l'approfondimento di un possibile futuro incerto ma non per questo non indagabile. L'evidente approccio 'parametrico' - o diagrammatico come la critica odierna lo definisce - sottace un'idea algoritmica che emerge chiaramente dalla tavola delle esigenze di programma, e che accomuna, seppur con esiti formali e funzionali notevolmente diversi nel prodotto finale, la Casa OS con la Mobius House di Un Studio. Come dire che pur utilizzando una prassi comune si può giungere ad un'architettura contemporanea priva degli svolazzi olandesi, fondata su reali esigenze di rispondere a complessi programmi. Il quadrato, il parallelepipedo, architettura radicata al suolo, non hanno ancora smesso di risolvere le esigenze di un'architettura al passo con i tempi.


Ps: il corsivo nel post si riferisce alla relazione pubblicata dal gruppo Nolaster che accompagna le immagini della Casa OS. La traduzione dal testo, originariamente in spagnolo, è frutto di una mia conoscenza della lingua, oserei dire piuttosto lacunosa. Si rimanda quindi il lettore per eventuali approfondimenti a leggere la relazione nella sua versione spagnola

Sulla Casa OS, che meritatamente ha ottenuto una menzione d'onore durante la nona edizione della Mostra di Giovani Architetti Spagnoli, è possibile visionare il post pubblicato da Arkinetia. Arkinetia è un ottimo blog di Arkitettura, quotidianamente aggiornato, sul quale è possibile visionare fresche notizie di architettura accompagnate da post che ne indagano la natura. Approfitto dell'occasione per ringraziare i redattori del blog per la loro gentilezza e disponibilità nei confronti di CaffeArchitettura, accettando volentieri la proposta di una collaborazione tra i due blog.
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giovedì, 22 febbraio 2007

Capolavori del XX secolo

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martedì, 20 febbraio 2007

Un grattacielo a propria immagine e somiglianza

Al SESV - Spazio Espositivo di Santa Verdiana - della facolta di Architettura di Firenze sono esposti per una settimana i plastici dei del Laboratorio di Tecnologia dell'Architettura del prof Carlo Terpolilli. Il tema del corso, e quindi della mostra, è il progetto di un grattacielo, pensato e progettato come infrastruttura:
1 - Le cui caratteristiche dimensionali coincidono, in altezza ( in scala 1:100) con quelle di ciascun studente;
2 - Il lato di base con il proprio IMC ( Indice di Massa Corporea);
3 - Il carattere dell'edificio che riflette i tratti essenziali del proprio carattere.

Carlo Terpolilli è uno dei membri di Ipostudio Architetti Associati, studio impegnato principalmente nella progettazione di complessi residenziali per la terza età. Figura carismatica, infonde agli allievi del suo corso una forte carica emotiva nell'approccio all'architettura che non deve mai perdere di vista la realtà della costruzione - la sua possibile realizzabilità - gli aspetti costruttivi, strutturali ed economici connessi, senza mai intralciare o impoverire lo slancio inventivo degli studenti. Non mortificare quindi l'invenzione, l'estro, ma educarlo alle leggi della costruzione, alle leggi proprie dell'architettura. All'interno del laboratorio si respira un'aria di celata competizione che indubbiamente spreme le capacità e le risorse - non da ultimo economiche e di tempo - degli studenti, il che porta alla realizzazione di un prodotto positivo nella sua valutatazione globale. L'insieme dei progetti del tema "un grattacielo a propria immagine e somiglianza" ne è un esempio valutando che si tratta di lavori di studenti al secondo anno della laurea quinquennale.

     

Particolarità del tema era il rapporto  con la propria stazza fisica - altezza e massa corporea - che dava la dimensione al progetto stesso. E il carattere del grattacielo, il Progetto architettonico come 'rispecchiamento'. Si vuole indagare la dimensione auto-referenziale nel progetto architettonico come dimensione poetica, come elemento di variabilità e di diversificazione all'interno della struttura urbana.

     

Il grattacielo, con la sua 'testa tra le nuvole e i piedi per terra', racconta nella sua semplicità ciò che sta alla base di ogni processo di progettazione: la ricerca di una sintesi dialettica tra principio ideale e principio di realtà. [...] Il grattacielo: un tema archetipo della edificazione - la torre di Babele! -, edificare come elevare, come sfida alla gravità e sberleffo agli dei - questa 'idea di grattare, di fare il solletico al cielo' - come senso di onnipotenza e di potere e nello stesso tempo come più forte radicamento alla terra, uso delle migliori tecnologie e di sistemi costruttivi innovativi.
La dimensione auto-referenziale introdotta nel tema del laboratorio trova un altro principio generale essenziale: il 'principio di piacere' che nell'interazione con il principio ideale e il principio di realtà costituiscono i vertici di un circuito dinamico alla base dei processi di progettazione.
La dimensione soggettiva, la scrittura poetica, il linguaggio, quanto di noi, della nostra volontà di espressione, della nostra idendità è presente nel progetto di architettura? [Carlo Terpolilli]

     

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domenica, 18 febbraio 2007

Assadi+Pulido - Architettura contemporanea in Cile

Lo studio Assadi + Pulido è tra i più interessanti giovani studi di architettura del Cile, costituito ufficioso nel 1999 – formalmente nel più recente 2006 – da Felipe Assadi e Francesca Pulido.
“La libertà della nostra pratica si basa nel presupposto che in Cile non abbiamo una tradizione forte da rispettare,[…] il paese è nel corso della generazione di una propria identità e noi siamo parte di questo processo. […] Il nostro lavoro è sempre basato nel paesaggio. Tutto ciò che facciamo è nuovo, perché non ci sono riferimenti.” [Da un intervista di Architectural record]
I due giovani architetti prediligono particolarmente il progetto di residenze. Residenze per ricchi clienti, con una mentalità sicuramente rivolta al contemporaneo. Il loro portfolio comprende ben 11 residenze realizzate fino ad oggi – a cui sia ggiungono il Liceo Aleman, il Mjl Showroom, l’Aruco Express, il Park Theater, il Bar el Tubo, un magazzino della frutta, ed il Russo Club - nelle quali sin dall’inizio appaiono chiaramente identificabili gli elementi compositivi che nell’arco di questi anni di attività si ripetono con crescente vigore in un continuo affinamento delle tecniche espressive. Parallelepipedi geometricamente elementari che si sovrappongono e fluttuano nel vuoto nei piani più alti, calcestruzzo a vista, rivestimenti in lamelle di legno, facciate interamente vetrate da grandi finestroni che all’occorrenza sono provvisti di tende e frangisole per schermare la vita interna dall’esterno e per proteggere l’edificio dall’irraggiamento estivo. Da un lato quindi il paesaggio quale dato primario nell’iter progettuale, che di volta in volta selezione e giustifica le scelte effettuate. Dall’altro un repertorio compositivo consolidatosi nel tempo, adattato alle diverse esigenze.

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 Casa20x20
La casa 20x20 nei pressi di Calera de Tango in Cile, è una casa per gli ospiti, edificio di supporto alla preesistente residenza principale del committente. Il programma funzionale prevedeva la realizzazione di una residenza di non oltre 100 mq, in cui si inserivano due camere da letto ciascuna con un proprio bagno, un’ampia zona di soggiorno che includeva una cucina/bar e la zona pranzo ed un ulteriore terzo bagno.
La casa si apre completamente su tre lati in modo da poter godere visivamente del paesaggio che circonda l’edificio, paesaggio valorizzato dai frutteti coltivati e dalla presenza delle montagne andine sullo sfondo. La pianta quadrata è stata divisa in tre fasce funzionalmente diverse tra loro: ad est sono situate le camere da letto in modo che gli ospiti – parenti svedesi dei proprietari - possano godere della gamma di colori delle albe tipiche del paesaggio andino. Al centro è stata disposta la zona giorno - divisa dalla zona notte da un nucleo centrale dipinto di rosso che contiene al suo interno un tavolo da biliardo e un tavolo da gioco - che corre da un lato all’altro dell’ edificio secondo la direzione dei venti dominanti, distribuzione planimetrica che assicura il raffrescamento estivo della casa. Un diaframma di vetro divide a sua volta questi ambienti dalla zona pranzo completamente all’aperto, delimitata verso ovest da una parete cieca larga 80 cm in cui sono incassati la cucina, il bar e il terzo bagno.
Il nome 20x20 indica la natura geometrica e modulare della composizione. La forma base è il quadrato adottato sia come impianto generale su cui si sviluppano le tre fasce funzionali, sia come griglia a maglie quadrate di 20 cm di lato. Questa griglia è chiaramente denunciata dall’architetto nell’utilizzo del rivestimento in ceramica, bianca per i pavimenti interni e nera per le pareti piene.
   

L
 Serrano House
La Serrano House è ubicata nei pressi di Santiago, in Cile, in una posizione altimetricamente rilevante. Essa sorge infatti ad una quota dominante rispetto alla città sottostante, variabile questa che ha determinato la configurazione spaziale ed estetica della fabbrica. A differenza della precedente Casa 20x20 totalmente aperta al paesaggio e permeata dall’esterno, la Serrano House è molto più introversa. In questo caso la vicinanza di altre residenze creava problemi di introspezione per cui il piano inferiore – una teca di vetro e struttura in acciaio simile alla Casa20x20 - è circondata da un ‘recinto’ che la protegge dall’esterno su tre dei quattro lati, mentre il piano superiore in aggetto, un parallelepipedo rivestito in lamelle di legno, sembra galleggiare a ridosso della collina. Il retro della casa è delimitato da un ulteriore parallelepipedo in calcestruzzo a vista che si sviluppa in altezza, costantemente inciso su tutti i lati da strette aperture longitudinali, che collega gli strati orizzontali. L’insieme della composizione si apre verso la vista panoramica rivolta ad ovest verso la città, che culmina in una nobile piattaforma pavimentata anch’essa in legno, un vero e proprio belvedere.

   
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giovedì, 15 febbraio 2007

002 - On the web

Lezioni di teoria e tecnica della progettazione architettonica
Sul sito dello IUAV si possono liberamente scaricare i testi delle sei lezioni tenute da Vittorio Gregotti dal 6 novembre al 18 dicembre scorso all'internod el corso di laurea di scienze dell'architettura. Le lezioni analizzano un vasto arco temporale che va dalla fine del XIX secolo per giungere speditamente alle "contraddizioni dei nostri anni", tema dell'ultima lezione.
Gregotti è tra l'altro al centro di una ferrea critica nei suoi confronti dopo aver dato alle stampe il suo ultimo libro L'architettura nell'epoca dell'incessante" . E quindi quale migliore occasione per approfittare di materiale sicuramente d'autore messo gratuitamente a disposizione degli utenti del web. [Clicca qui per scaricare le
lezioni di Gregotti]

    Archivio del moderno e del contemporaneo
Sul sito della
A.A.M. Architettura Arte Moderna si possono visionare immagini di buona qualità di artisti ed architetti quali Aldo Rossi - suo lo schizzo a fianco - Aymonino, Anselmi, De Feo, Mendini, Portoghesi, Purini, Ridolfi, Samonà, Gambardella, Sacripanti, Sottsass, Scolari e Casamonti. I disegni, appartenenti alla collezione Francesco Moschini, sono tutti originali, che si tratti di acquerelli, schizzi, o di elaborati tecnici quali piante e 
 sezioni. [Clicca qui per accedere alla collezione] 

                            On&Off n.17
Sul sito di Antonino Saggio è uscito il diciassettesimo numero della rivista On&Off con articoli di Antonino Saggio sul caso di Piazza Amerina, Marotta, Ruotolo, Scanner, Betti, Di Raimo.
"On&Off parte dalla convinzione che la presenza dell'Informatica nella società e, di conseguenza, nella architettura contemporanea, non sia un elemento puramente "strumentale". Non serva cioè a fare diversamente e più velocemente le stesse cose di prima. Al contrario, la convinzione che muove il supplemento è che l'informatica rappresenti un cambiamento epocale che ristrutturi completamente l'intera società in cui stiamo vivendo. Come scrisse il sociologo americano Alvin Toffler, viviamo in una vera propria "Terza onda" della storia economica del mondo dopo quella agricola e industriale. L'attenzione del supplemento si rivolge dunque a quei progetti, a quelle installazioni, a quelle ricerche o mostre che presentano con evidenza il rapporto tra l'innovazione tecnologica e le ricerche più ricche di implicazioni della progettazione contemporanea". [Clicca qui per scaricare il n.17 di On&Off]

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lunedì, 12 febbraio 2007

PresS/Tletter - Un concorso per giovani critici

La rivista online diretta dal critico Luigi Prestinenza Puglisi bandisce un concorso per giovani critici under 35, che possono partecipare con un qualsiasi testo di critica di architettura. Il concorso è motivato, a detta di Prestinenza Puglisi, dal strano fenomeno tutto italiano per cui la categoria dei critici  sta scomparendo perché pochi hanno il coraggio di sostenere e motivare le proprie opinioni. Ovviamente se tale categoria scompare chi acquisterà le pubblicazioni dei critici più affermati?
La preseunta mancanza di nuove leve di critici d'architettura più che da imputare all'assenza di coraggio di sostenere e motivare le proprie tesi, credo sia invece dovuto alla pigrizia ed al menefreghismo dei giovani studenti di architettura che non studiano. Studenti che non studiano, studenti che non leggono. Il livello culturale dei neo laureati si è notevolmente abbassato in Italia. Colpa del boom di immatricolazioni nelle facoltà certo, ma anche e soprattutto colpa di un sistema - quello universitario - che più che puntare alla formazione dello studente, lasciando magari un po di spazio all' autodidattismo laddove si sviluppano interessi che esulano dal percorso formativo imposto dalla facoltà, ha trasformato tale percorso formativo in una lotta di sopravvivenza da cui solitamente si esce con le ossa rotte, e già qualche accenno di reumatismi - vedi età media di laurea. Più che mancanza di coraggio, per sostenere e motivare le proprie opinioni mancano quindi i presupposti a fondamenta di tale attività: una base culturale solida.
Altra questione spinosa è rappresentata dalla gestione di un'altro sistema tacitamente accettato che vede giungere i materiali della critica sempre con notevole ritardo e solo dopo che il sistema principale ne ha fatto uso ed abuso proprio. Certo, il web ha sopperito in parte tale mancanza e privilegio di pochi, ma resta ancora una goccia nel mare.
E non da ultimo, la mancanza, per lo meno in Italia, di critici - e di una critica di architettura - di riferimento, che non pensi unicamente a scannarsi per acquisire posizioni di prestigio, che rispetti i principi basilari di onestà culturale, di una critica contemporanea che metta per un attimo da parte gli interessi di marketing, e che non scenda assolutamente a compromessi.
Ad ogni modo, nonostante i problemi che sono alla base della critica contemporanea difficilmente sradicabili, la proposta di PresS/Tletter è ben accetta nel momento in cui sfogliando la maggior parte delle riviste italiane e cliccando tra un sito e l'altro di architettura ci accorgiamo immediatamente della mancanza di testi teorici, di critica serrata, con il coltello tra i denti, che in qualche misura influenza lo stato di calamità naturale dell'architettura contemporanea italiana. Tutto ciò che si pubblica è elogiato. Sempre più difficle trovare testi e saggi con tanto di foto che denigrano un architetto o un architettura. Ora mi chiedo: ma dato che le riviste sono piene zeppe proprio di quei critici quali il direttore di PresS/Tletter, non sarà mica che il coraggio di sostenere e motivare le proprie opinioni manchi a tali critici in voga? O peggio ancora che le proprie considerazioni a proposito di un tal architetto o di una tale architettura siano fortemente influenzate dal grado di appartenenza allo star sistem cui questo appartiene? Meglio tenerseli amici no? Ma ritorniamo al punto di partenza di questo post. Il male è radicato, e difficile da estirpare. CaffeArchitettura seguirà sicuramente gli esiti del concorso, e chissà forse parteciperà allo stesso. Mettersi in discussione può valerne la pena se l'occasione diventa punto di confronto e possibilità di stringere nuovi legami.

Premio PresS/Tletter di critica d'architettura
I edizione - 2007

bando di partecipazione

Presentazione
La rivista
PresS/Tletter bandisce la prima edizione del Premio per la critica d’architettura. Il premio ha lo scopo di promuovere tra i giovani l'attività critica.
Partecipazione
La partecipazione è aperta a tutti gli under 35 (nati dopo il 1/1/1972).

Esclusione
Sono esclusi dalla partecipazione i membri della giuria.

Modalità di partecipazione
I  concorrenti possono presentare qualsiasi testo critico di architettura. La presentazione avviene in forma palese, indicando i propri dati sull'elaborato. E' ammesso un unico scritto originale e inedito. La lunghezza massima consigliata dell'elaborato è di 10.000 battute circa. Il formato del testo deve essere .doc (Microsoft Word o compatibile).
Presentazione
Gli scritti devono essere inviati all'indirizzo @-mail: redazione@prestinenza.it entro il 31-3- 2007. L'oggetto della @-mail deve essere: Premio Critica PresS/Tletter. Nella mail il concorrente dovrà dichiarare, assumendosene la responsabilità, che il testo e' stato scritto interamente ed esclusivamente di suo pugno e che non vi sono diritti di terzi. Come ricevuta verrà inviata mail di risposta.
Selezione
Il concorso è articolato in due fasi. Nella prima verranno selezionati i 5 finalisti. Nella seconda proclamati i vincitori.
Giuria della prima fase: Diego Barbarelli, Zaira Magliozzi, Santi Musmeci, Francesca Oddo, Ilenia Pizzico, Marco Maria Sambo ( redattori presS/Tletter)
Giuria della seconda fase: Anna Baldini ( direttore PresS/Tmagazine), Diego Caramma (direttore di Spazioarchitettura), Cesare Maria Casati (direttore de L'Arca), Stefano Casciani (consulente editoriale Domus), Renato De Fusco (direttore di Op.cit), Nicola Leonardi (direttore di The Plan), Valerio Paolo Mosco (critico), Giuseppe Nannerini (direttore de L'Industria delle Costruzioni), Luigi Prestinenza Puglisi (direttore di PresS/Tletter).
Avvertenze finali
Partecipando al concorso i concorrenti accettano e autorizzano la pubblicazione su PresS/Tletter. Per detta pubblicazione, nello spirito di presS/Tletter che e' gratuita, non e' previsto alcun compenso agli Autori. PresS/Tletter si riserva, per fondate ragioni (quali, per esempio, scritti offensivi o lesivi della dignità di terzi), il diritto di non pubblicare i testi pervenuti.


 

 

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mercoledì, 07 febbraio 2007

Raduno di Treddi.com a Firenze

Il sito di grafica 3d, Treddi.com organizza per il wek-end prossimo - 16-17-18 febbraio -  un maxi raduno aperto a chiunque presso la sede della Facoltà di Architettura a Firenze. Interverrano con delle lezioni sulla computer grafica gli utenti più esperti del sito. Il programma preciso è ancora in preparazione ma è previsto che le lezioni vere e proprie si tengano il venerdi dalle 9:30 alle 18:00, e che il successivo sabato e la domenica siano spesi per viaggi in alcuni musei.

Per i fuori sede, ci sono utenti di Treddi che si sono impegnati a cercare camere in albergo a prezzi accessibili. Per confermare la propria presenza basta andare sul forum aperto per l'occazione. Ad ogni modo per chi non può recarsi a Firenze per l'occasione, saranno messi a disposizione sul sito i materiali per visionare le lezioni (video tutorial).

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postato da MoffaLuigi
lunedì, 05 febbraio 2007

001 - CaffeArchitettura intervista Marco Calvani

Ho chiesto a Marco Calvani curatore del blog Architettura in Progres una breve auto presentazione del blog. La schiettezza dell’intervento rispecchia la vivacità dell’approccio di AiP al mondo dell’architettura, sintomo genuino dei contenuti del blog.
Sai che ti dico? Alla fine il blog, AiP, assieme ai suoi piccoli predecessori, sono delle enormi palle al piede. Portano via tempo, denaro, risorse. Ti schiavizzano. Eppure, li vogliamo noi. Li desideriamo perché ci permettono di dichiarare guerra a quello che non ci piace, ai nostri nemici naturali. Senza di loro saremmo inermi. Invece eccoci qui, a scrivere per i nostri 30 lettori affezionati e per quei 300 gigioni saltuari. Eccoci qui a improvvisarci fonici, intervistatori, scrittori, grafici, programmatori. E' il web 2.0, baby. Speriamo duri.
 
L’intervista non ha seguito un percorso specifico e preordinato. Le domande hanno toccato tre temi di scottante attualità, senza un apparente percorso univoco, ma il tutto legato dalla complessità
della disciplina architettonica, e da una visione globale che Marco Calvani caparbiamente persegue. Ciò che piacevolmente emerge è una visione sociale dell’architettura, con particolare attenzione posta al coinvolgimento ed alla partecipazione di quell’utenza
non illuminata dell’architettura, della massa. Visione intrisa di quel fine sociale dell’architettura, fondamento del Moderno, ed oggi troppo spesso relegata in secondo piano dinanzi al potere delle grandi firme dell’architettura contemporanea.
 
LM: Internet e l’architettura in Italia. Ciò che inizialmente - fine anni ’90 – veniva presentato come un’occasione di rinnovamento per l’architettura, una ventata di aria nuova a cui sembrava impossibile sottrarsi, ha dato fino ad oggi risultati sostanzialmente deludenti. Gli architetti che entusiasticamente hanno aderito al clima culturale di fine secolo si sono ben presto ritrovati senza l’apporto critico-teorico che inizialmente sosteneva le loro ricerche. Colpa delle mode in voga che si rinnovano in architettura a velocità tipiche, ad esempio del mondo della moda, o di una critica d’avanguardia ben presto scesa a compromessi con l’accademia imperante?
 
MC: La risposta è nello stesso quesito. In Italia esiste un buon web dedicato ai professionisti, come architetti ed ingegneri, che va dritto al sodo. Fornisce gli elementi di supporto, le stampelle, che servono per esercitare la professione. Forse perché in Italia è molto difficile esercitare, per colpa degli infiniti vincoli burocratici, qualunque professione. Quindi dobbiamo farci furbi, interessarci più degli altri alle cose pratiche, d'ufficio.
Il resto, la critica, segue il gap culturale e tecnologico tra l'Italia e il resto d'Europa. Mi fai l'esempio dell'Accademia. Beh, è un male che esiste da molto tempo in Italia. Come si riconosce? Semplicemente dal linguaggio incomprensibile all'uomo qualunque. Perché esiste ancora? Perché in Italia la borghesia commerciale si è sostituita molto tardi all'aristocrazia, che è sempre rimasta l'unica finanziatrice degli intellettuali (artisti, letterati, storici, architetti). Per campare, questi devono usare un linguaggio adatto al loro committente, quindi aulico, altisonante, incomprensibile. Negli altri paesi europei, diventati nazioni, si è sviluppato il contrario. In Germania, in Inghilterra e nelle Fiandre, la borghesia diventa committente. Chiede, ottiene e paga opere a lei gradite. Ecco, noi subiamo ancora questo ritardo, nato nel '500. Se pensi bene, le uniche regioni culturalmente al passo coi tempi sono state la Toscana - che vantava una borghesia artigianale sin dal Medioevo - e la Lombardia - stesso discorso, valorizzato, ammettiamolo per una volta, dal buon governo Austriaco. Oggi l'Italia è uno degli ultimi paesi in Europa per lettura di quotidiani e di libri. Per definire la situazione, è sufficiente dire questo.
 
ML: Aristocrazia, borghesia certo, ma anche proletariato. Non credi si soffra, ancora troppo, il grave pregiudizio esistente nella distinzione gerarchica tra edilizia ed architettura, disinteressandosi di conseguenza alle problematiche relative all’edilizia comune, l’edilizia economica e popolare – nell’accezione più ampia del termine – ad un’architettura impegnata sul piano sociale? E ciò soprattutto in un periodo in cui ingenti folle di nuovi architetti invadono il mercato del lavoro?
 
M-C: Proletariato suona come una parola d'altri tempi. Sento che non mi appartiene. Ormai siamo tutti consumatori, rateizzati e non. Calo delle nascite, situazione economica, capovolgimenti culturali e sociali. I figli, la prole, sono un lusso per pochi. Figuriamoci per chi a stento riesce ad avere un mutuo - anche il mutuo sarà tra poco un nuovo lusso. Dicevamo. Ultimamente l'Architettura si è dedicata molto, molto poco al tema dell'abitazione in generale. Ce ne accorgiamo se sfogliamo una qualunque rivista di architettura o se visitiamo i nuovi quartieri residenziali. Ma non è questo il vero problema. Affrontiamo la realtà. Hai presente Caro Diario di Nanni Moretti? "Vorrei fare un film fatto solo di palazzi". Riguardiamo la nostra città, non il centro storico, ma dove realmente viviamo e lavoriamo. Rendiamoci conto di vivere male, malissimo. Di vivere dentro enormi cassettiere di appartamenti, senza luce, verde, aria. Circondati da fiumi di automobili. I nostri immigrati si riparano ammucchiati a decine dentro stamberghe pericolanti che costano 200-300 euro al mese a persona. Se vogliamo avere la stessa sorte delle banlieues francesi, ecco, la strada che stiamo facendo è proprio quella giusta. I francesi corrono ai ripari. E' notizia di questi giorni dei loro sforzi (peraltro già da prima superiori ai nostri) per migliorare la qualità delle case a basso prezzo (non popolari, il termine non lo usano più). Gli austriaci sono un faro da seguire. Da sempre. Ecco, prendiamo esempio da loro. Ma deve essere una scelta politica, della classe dirigente e dei cittadini. Inutile aspettarla dagli imprenditori. Che pagano, quindi comandano, gli architetti. Le nuove generazioni di architetti tendono all'incompetente. Non aspettiamoci nulla da loro. I migliori scappano o hanno terminato la loro formazione all'estero (chi di noi non ha un amico che vive all'estero?) complice l'Erasmus o il Leonardo. La colpa non è dei ragazzi. Sono carta vergine sulla quale scrivere. Rimane, come colpevole, l'Università. 
 
M-L: Centri storici e periferie. La critica contemporanea italiana appare nettamente divisa sul possibile da farsi: dalla scongiura della “mummificazione” dei centri storici alla preservazione del patrimonio storico, fino a ipotesi e proposte di città di nuova fondazione come la città di Vema dell’ultima Biennale. Il rischio è appunto quell’immobilismo che vivono le nostre città e che in altre nazioni è improvvisamente degenerato in rivolte popolari difficili da placare. Esiste a tuo avviso una via d’uscita da tale empasse, al limite un compromesso accettabile, purché ridoni vitalità e vivibilità alle nostre città?
 
M-C: Ti rispondo alla questione da outsider. Credo che una via d'uscita - altrimenti, di fuga - possa essere trovata solo attraverso una nuova politica che interessi l'intero Paese. Mi piace pensare che si possa ripartire dalle scuole, dalla formazione dei cittadini. Una volta avevamo le migliori scuole elementari e superiori, invidiate, copiate, studiate in tutto il mondo. Ora rimangono, come ultimo
baluardo della qualità, le scuole materne. Hanno/abbiamo distrutto un intero sistema educativo. I cittadini, una volta che saranno capaci di intendere e di volere, di partecipare attivamente alla cosa pubblica, sapranno sicuramente risolvere da soli i problemi delle loro città e del loro Paese. Forse i nostri salvatori sono proprio dei piccoli bambini che adesso sanno a malapena reggersi in piedi da soli.
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