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003 Information Tecnology - Maliziosi Italiani

Arie Italiane - motivi dell'architettura italiana recente, ha sicuramente il merito di tentare una sistematizzazione della produ- zione di una parte della cultura architet- tonica italiana, districandosi all'interno del caotico e complesso panorama contempo- raneo.
Ha d'altra parte il demerito di non affilare strumenti di indagine idonei ad assimilare apporti visibilmente eterogenei. Esiste certamente una tendenza diffusa tra i giovani architetti italiani a confrontarsi con i temi del contemporaneo (informatica, tecnologia, elettronica e digitale), ma emerge contemporaneamente la distanza esistente - tanto nell'approccio quanto nel prodotto finale - tra linee di ricerca spesso troppo dissimili tra loro.
Maliziosi Italiani è stato pubblicato sul sito di Prestinenza Puglisi, in occasione del concorso per giovani critici lanciato in PresS/Tletter [Vai al Post...]
Container city - politiche per la città
Un altro progetto che prevede l'impiego di container navali. Inizialmente sembrava l'ennesima trovata pubblicitaria, di quelle nate per riempire le pagine delle riviste di architettura. Invece con il passare del tempo si accumulano interessanti progetti che oltre a crescere nel numero crescono nelle dimensioni. Come il caso di 'Container City' dove affiancando e sovrapponendi i moduli si realizza un vero e proprio quartiere con studi per artisti, incastonato tra gli edifci industriali oggetto di politiche di riuso. L'area industriale dismessa fronteggiante il Millenium Done, sulla riva opposta, è stata oggetto di un intervento di riqualificazione in cui si inserisce la Container City. [Vai al Post...]
001 Lo ha detto... - Denys Riout
Un campo allargato
Già dagli anni dieci esistono opere d'arte che non sono né pitture né sculture, ma il problema diventa preoccupante quando le realizzazioni che intenzionalmente si sottraggono alle categorie prestabilite, o che trasgrediscono i loro schemi, tendono a moltiplicarsi. L'esistenza delle 'arti plastiche' - il nuovo paradigma - è oggi un fatto scontato, e nessuna cornice esterna può, a priori, circoscriverne i contorni. Tutto può diventare arte, ma non a qualunque
La convinzione dell'artista resta determinante, ma il corpo sociale esige a buon diritto argomenti ben altrimenti convincenti. Tutti coloro che hanno oggi il compito di decidere a nome del pubblico che cosa è e che cosa non è arte lo sanno bene. Quanto al pubblico in sé, quando non si disinteressa dei problemi dell'arte contemporanea, appare in molti casi smarrito, e più di uno storico dell'arte moderna condivide i suoi sentimenti di incertezza. Io faccio parte di questo gruppo.
Vedere e leggere le arti del XX secolo Le 'belle arti' discendono dalle arti visive, e molti ritengono che esse si offrano, o dovrebbero offrirsi, direttamente a coloro che sanno guardare. Con le 'arti plastiche' è tutt'altra cosa. Certe opere restano invisibili; altre offrono enunciati verbali, per quanto leggibili; più in generale, testi di qualsiasi natura si frappongono tra lo sguardo e l'oggetto o la manifestazione in questione. I più infastiditi protestano contro questa invasione o sostituzione, allorché l'opera si sottrae completamente, o quasi, al tradizionale imperativo della visibilità. Jean Clair, un capofila di tale tendenza, ironizza: <<Per dissimulare questa povertà della struttura sensibile, il commento tenderà ad arricchirsi in proporzione inversa al suo oggetto: più l'opera sarà piccola, più dotta sarà la sua esegesi. Una piegatura della tela, un tratto, un semplice punto, diventano pretesti per un formidabile sproloquio in cui si misurano i diversi linguaggi delle scienze umane>>.
Da: L'arte del ventesimo secolo, di Denys Riout - Einaudi 2002
Architettura e archivi digitali
L’architecture à l’ère du numérique : une question de mémoire
In un era caratterizzata dall'esplosione dell'Informazione - digitale innanzitutto ma non da meno è quella cartacea - si pone il problema della conservazione a lungo termine di una simile produzione. Conservazione e memoria, intimamente collegate, sono attività indipensabili per l'educazione delle future generazioni. Accolgo quindi favorevolmente l'invito di Elisabetta Procida cosi come mi è stato posto.
001 - Storie di Architettura

Storie di Architettura è il primo post pubblicato su Architettura in Progress, frutto di una felice collaborazione instaurata ormai da tempo con il blogger Marco Calvani (con il quale non molto tempo fa ho avuto occasione di scambiare 'confidenzialmente' punti di vista sull'architettura italiana).
L'occasione ribadisce la volontà di entrambi di sfruttare le potenialità del web, mezzo privilegiato per consolidare quella rete di contatti necessaria per un confronto aperto, e quotidianamente accessibile a chiunque vuol dire la sua. Si stabilisce un canale privilegiato che lega i due blog, senza con questo rinunciare a futuri allargamenti di orizzonte. Il fine è esattamente questo.
In Storie di Architettura provocatoriamente chiedo se conoscere la storia dell'architettura sia necessario o evitabile, utile o pericoloso. Un dato di fatto è certo: che la gran parte degli studenti di architettura in Italia al termine dell'esame appositamente confezionato, si libera felicemente da qualsiasi vincolo conoscitivo. E il fenomeno si riversa inevitabilmente nella povertà imperante dell'approccio teorico alla disciplina che non può non fondarsi se non su solide basi cognitive. [Vai al post...]
Scuola italiana - Questi nostri maestri
In occasione di un seminario tenuto al Politecnico di Milano, alcuni esponenti della vecchia guardia dell'architettura italiana sono stati invitati a dibattere il tema dell'insegnamento della progettazione. In una società che propone informazione a ritmi incessanti e con tempi sempre più compressi, la recensione di un libro edito quasi dieci anni fa potrebbe apparire obsoleta e superata. In realtà di superato a quella data c'è solo l'apparenza di una copertina sgualcita. Ben poco è cambiato nelle facoltà di architettura italiane, laddove continuano a imperversare con le loro teorie posticce i professori dell'Accademia, intesa questa cosi come romanticamente ci hanno insegnato i razionalisti italiani, che della lotta a qualsiasi forma di accademismo ne fecero un'arma piuttosto efficace.
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Metalosis Maligna
Oggi vi propongo un post insolito, quanto meno per CaffeArchitettura. Un film, anzi più specificatamente un corto realizzato dal giovane film-maker olandese Floris Kaayk, dal titolo Evoluzione Maligna. Il corto è in inglese, ma a chi non è abbastanza ferrato nella lingua chiedo solo 2 minuti circa di pazienza, trascorsi i quali inizia la suspance della trama.
Metalosis Maligna (2006) può essere definita una docu-fiction . Il cortometraggio, infatti, ricalca, stilisticamente e iconograficamente, la forma del documentario televisivo, raccontando la storia di una misteriosa, spettacolare e inquietante malattia. Totalmente immaginaria, ma incredibilmente verosimile. L'infezione del batterio 'streptococcus metalomaligna' attacca le persone che hanno subito impianti di protesi metalliche. E se finora il rigetto da parte dell'organismo ospitante era l'unico rischio, il film immagina un futuro in cui la protesi si mostra viva e pericolosa, invadente e pronta a crescere, ramificandosi dentro e fuori dai tessuti organici. Arrivando in alcuni casi a sostituirsi completamente alla carne, in un groviglio arborescente di escrescenze metalliche.
Consiglio di leggere l'articolo scritto come presentazione da Valentina Tanni, da cui ho tratto la precedente citazione.
Complesso Residenziale Z27Z31 - Amsterdam_Roma

All’interno del Torrino, quartiere a sud dell’Eur Velodrome di Roma, si innesta il comparto Z27Z31, da cui il progetto prende il nome, un lotto di forma rettangolare con uno dei due lati corti curvato dalla geometria di via Amsterdam sul quale il lotto si affaccia. Le volumetrie del complesso, la strutturazione degli alloggi e l’innovazione proposta al concetto dell’abitare, irrompono violentemente all’interno di un tessuto consolidato e qualitativamente conformato alla tipologia a corte chiusa e a torre, utilizzate secondo quel tipico modello di sfruttamento edilizio ad alta intensità dove quasi sempre, ed inevitabilmente, alla qualità si preferisce la quantità.
L'ultima ferraglia di Ghery
Nel numero 752 - febbraio 2007 - la rivista Casabella pubblica l'ultima 'opera' del maestro contemporaneo Ghery, l'hotel de charme, realizzato in Spagna, commisionato dai proprietari di una rinomata cantina vinicola della regione della Rioja. Un ristorante per 172 posti, un albergo con 14 camere, un ambiente per la degustazione dei vini e una serie di servizi e di spazi per i visitatori con viste sul paesaggio. L'edificio è di piccole dimensioni. Nulla a che vedere con le cattedrali di Ghery tipo il Guggenheim di Bilbao, ma nonostante le dimensioni ridotte appunto dell'hotel, il progetto scuote le coscienze dei lettori di Casabella. A lanciare la polemica sul web è un articolo di Ugo Rosa in cui si mette chiaramente in discussione genesi e prodotto finale di un architetto che ormai non riesce più a limitare un ego straripante oltre ogni accettabile misura - sempre che ve ne sia una - e che, apparte gli inizi indubbiamente interessanti, continua a riproporre con una certa nonchalance in un'unica salsa le sue ferraglie ammassate.
Il nodo della questione si concentra essenzialmente sulla presunta utilità dei numerosi risvolti di titanio che si aggrappano alla struttura portante in cemento armato e rivestita in pietra. Una pensilina che pur essendo tutto è anche niente. E' tutto perchè se idealmente spogliamo la struttura portante dell'hotel - la struttura che poi a tutti gli effetti delimita e conforma gli spazi veri e propri dell'edificio - dall'ammasso di titanio, non resta che un verme denudato, quel che si vedrebbe sarebbe più penoso di un bradibo tosato. E' nulla perchè la pensilina non assolve nemmeno alla sua funzione basilare di proteggere dal sole, dunque essa non serve più a nulla, neppure a far da pensilina. Dunque è anche niente. L'elemento, quindi, caratterizzante l'intervento, rappresenta unicamente la firma dell'architetto, la sua impronta di riconoscibilità, il suo personale sigillo su un letto di cera calda, essa serve solo a nominare il creatore.
L'albergo che ci sta dietro avrebbe potuto essere un miserabile contenitore prefabbricato e non sarebbe cambiato nulla. ci sarebbe pur sempre stata la pensilina, fattore decisivo. Del resto provateci pure: potete applicare col pensiero questa pensilina ad uno qualunque degli edifici di cui pullulano le strade delle nostre citta. il risultato non sarebbe diverso. Un coso - caserma, albergo, cesso pubblico, parcheggio o altro - progettato dal geometra Pertugi o dall'ingegner Batracomio con questa mise diventerebbe immediatamente soggetto da rivista.
Ora, rendiamoci conto di cosa è diventata l'architettura contemporanea. Tutti quei profeti degli anni '70 ed '80 a cui in ogni modo dobbiamo riconoscere il merito di aver superato la ventata post-moderna, aprendo nuove ed eccitanti vie di sviluppo, si sono manieritizzati oltre ogni misura ed accettabile compromesso con il mondo del mercato. L'architettura è stata mercificata, in barba a tutti gli sforzi non indifferenti di quelle avanguardie dell'inizio del XX secolo che cercavano il più possibile di scuotere le coscienze degli architetti, rendendoli partecipi del progresso umano cui si assiteva. L'architettura aveva forti fini sociali. Pensiamo a Loos e Bruno Taut tanto per citarne un paio. Pensiamo alle ricerche sull'Existenz Minimum, ma anche, di riflesso, all'opera di educazione al nuovo stile promossa - nota bene - dallo stato tedesco che a cavallo tra '800 e '900 invia un suo rappresentante - Muthesius - in Inghilterra per indagare le ragioni per cui il popolo anglosassone aveva assimilato i dettami del nuovo gusto, a differenza di quello tedesco ancora arroccato ai dettami ottocenteschi. E di esempi se ne possono citare a migliaia, il tutto per sottolineare ancora una volta che i grandi maestri contemporanei ignorano volontariamente le esigenze di fondo cui l'architettura dovrebbe - e il condizionale vista l'opera di Gehry in esame è d'obbligo - dare risposta. Sull'architettura possiamo filosofeggiare quanto vogliamo, teorizzare, speculare con le nostre osservazioni ben condite di nobili citazioni, ma resta il fatto che essa ha un fine, un utilità, che non è solo economico, e non è assolutamente quello della firma, della riconoscibilità, della tendenza, dello stile, ma è un fine ed un utilità sociale che l'architettura non può permettersi di ignorare.
L'architetto-scultore Gehry ha terminato il suo ciclo - ripeto, inizialmente alquanto interessante - nell'opera massima del Guggenheim. Gli dobbiamo indubbiamente molto. Il Gugghenheim ha aperto la mente della cultura architettonica, ha suggerito - piuttosto esplicitamente - tutta una serie di strade per uscire dall'empasse post-moderna, ma da quel momento in poi le sue ferraglie - perdonatemi il termine, c'è chi preferisce la metafora del fiore per descrivere gli ammassi di titanio - non hanno fatto altro che alimentare una moda senza fondamenti solidi di ricerca, senza possibilità di ulteriori sviluppi.
Purtroppo, fino a quando i sempre più numerosi studenti di architettura - solo in Italia aumentati esponenzialmente negli ultimi anni - continueranno a comprare le costose monografie dei grandi maestri contemporanei, fino a quando continueranno ad invadere in massa, estasiati, l'ultima chicca del giorno, fino a quando una mentalità critica e sufficientemente cosciente di cosa sia oggi arte rispetto a cosa è semplicemente spacciata come tale dall'amministrazione comunale di turno, di hotel marques c'è ne dovremo aspettare ancora molti.
Lan Architecture - Local Architectural Network
Lan Architecture vuol dire Local Architectural Network, ossia Rete Locale d'Architettura. Ecco, è importante per noi esprimere l'idea di rete, intedisciplinarietà dell'architettura, nozione locale contestuale del progetto. [...] In più il nostro nome ha una fine dualità, la si scopre pronunciando d'un fiato lanarchitecture, l'anarchi-tecture. L'anarchia in francese vuol dire ovviamente l'anarchia. Senza sfondo politico la parola anarchia l'abbiamo utilizzata per indicare il 'continuo rimettere in questione le regole' ossia la mancanza di regole in quanto postulati. Per noi nel progetto non ci sono evidenze o assunti, tutto è il frutto di un continuo 'partire da zero'
[...]All'interno di questa specificità - tra l'altro piuttosto evidente in progetti apparentemente cosi diversi tra loro come il Trullo, un'abitazione per le vacanze estive realizzata in Italia, e le più recenti HM House e la Social Housing - passive house - si notano ad ogni modo una serie di elementi compositivi che, come accennavo poco fa, negli ultimi progetti realizzati dallo studio italo-francese si confermano come base linguistica in piena fase di maturazione. Volumi che si librano nello spazio per mezzo di notevoli sbalzi, fratture e piegature volumetriche, nonchè una ricercata smaterializzazione di quest'ultimi, sono chiari riferimenti ai maestri che i due progettisti dichiarano apertamente di seguire con particolare fascino e attenzione: Herzog & De Meuron per la coerenza, Jean Nouvel per l'eleganza, Renzo Piano per il genio.