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L'ultima ferraglia di Ghery
Nel numero 752 - febbraio 2007 - la rivista Casabella pubblica l'ultima 'opera' del maestro contemporaneo Ghery, l'hotel de charme, realizzato in Spagna, commisionato dai proprietari di una rinomata cantina vinicola della regione della Rioja. Un ristorante per 172 posti, un albergo con 14 camere, un ambiente per la degustazione dei vini e una serie di servizi e di spazi per i visitatori con viste sul paesaggio. L'edificio è di piccole dimensioni. Nulla a che vedere con le cattedrali di Ghery tipo il Guggenheim di Bilbao, ma nonostante le dimensioni ridotte appunto dell'hotel, il progetto scuote le coscienze dei lettori di Casabella. A lanciare la polemica sul web è un articolo di Ugo Rosa in cui si mette chiaramente in discussione genesi e prodotto finale di un architetto che ormai non riesce più a limitare un ego straripante oltre ogni accettabile misura - sempre che ve ne sia una - e che, apparte gli inizi indubbiamente interessanti, continua a riproporre con una certa nonchalance in un'unica salsa le sue ferraglie ammassate.
Il nodo della questione si concentra essenzialmente sulla presunta utilità dei numerosi risvolti di titanio che si aggrappano alla struttura portante in cemento armato e rivestita in pietra. Una pensilina che pur essendo tutto è anche niente. E' tutto perchè se idealmente spogliamo la struttura portante dell'hotel - la struttura che poi a tutti gli effetti delimita e conforma gli spazi veri e propri dell'edificio - dall'ammasso di titanio, non resta che un verme denudato, quel che si vedrebbe sarebbe più penoso di un bradibo tosato. E' nulla perchè la pensilina non assolve nemmeno alla sua funzione basilare di proteggere dal sole, dunque essa non serve più a nulla, neppure a far da pensilina. Dunque è anche niente. L'elemento, quindi, caratterizzante l'intervento, rappresenta unicamente la firma dell'architetto, la sua impronta di riconoscibilità, il suo personale sigillo su un letto di cera calda, essa serve solo a nominare il creatore.
L'albergo che ci sta dietro avrebbe potuto essere un miserabile contenitore prefabbricato e non sarebbe cambiato nulla. ci sarebbe pur sempre stata la pensilina, fattore decisivo. Del resto provateci pure: potete applicare col pensiero questa pensilina ad uno qualunque degli edifici di cui pullulano le strade delle nostre citta. il risultato non sarebbe diverso. Un coso - caserma, albergo, cesso pubblico, parcheggio o altro - progettato dal geometra Pertugi o dall'ingegner Batracomio con questa mise diventerebbe immediatamente soggetto da rivista.
Ora, rendiamoci conto di cosa è diventata l'architettura contemporanea. Tutti quei profeti degli anni '70 ed '80 a cui in ogni modo dobbiamo riconoscere il merito di aver superato la ventata post-moderna, aprendo nuove ed eccitanti vie di sviluppo, si sono manieritizzati oltre ogni misura ed accettabile compromesso con il mondo del mercato. L'architettura è stata mercificata, in barba a tutti gli sforzi non indifferenti di quelle avanguardie dell'inizio del XX secolo che cercavano il più possibile di scuotere le coscienze degli architetti, rendendoli partecipi del progresso umano cui si assiteva. L'architettura aveva forti fini sociali. Pensiamo a Loos e Bruno Taut tanto per citarne un paio. Pensiamo alle ricerche sull'Existenz Minimum, ma anche, di riflesso, all'opera di educazione al nuovo stile promossa - nota bene - dallo stato tedesco che a cavallo tra '800 e '900 invia un suo rappresentante - Muthesius - in Inghilterra per indagare le ragioni per cui il popolo anglosassone aveva assimilato i dettami del nuovo gusto, a differenza di quello tedesco ancora arroccato ai dettami ottocenteschi. E di esempi se ne possono citare a migliaia, il tutto per sottolineare ancora una volta che i grandi maestri contemporanei ignorano volontariamente le esigenze di fondo cui l'architettura dovrebbe - e il condizionale vista l'opera di Gehry in esame è d'obbligo - dare risposta. Sull'architettura possiamo filosofeggiare quanto vogliamo, teorizzare, speculare con le nostre osservazioni ben condite di nobili citazioni, ma resta il fatto che essa ha un fine, un utilità, che non è solo economico, e non è assolutamente quello della firma, della riconoscibilità, della tendenza, dello stile, ma è un fine ed un utilità sociale che l'architettura non può permettersi di ignorare.
L'architetto-scultore Gehry ha terminato il suo ciclo - ripeto, inizialmente alquanto interessante - nell'opera massima del Guggenheim. Gli dobbiamo indubbiamente molto. Il Gugghenheim ha aperto la mente della cultura architettonica, ha suggerito - piuttosto esplicitamente - tutta una serie di strade per uscire dall'empasse post-moderna, ma da quel momento in poi le sue ferraglie - perdonatemi il termine, c'è chi preferisce la metafora del fiore per descrivere gli ammassi di titanio - non hanno fatto altro che alimentare una moda senza fondamenti solidi di ricerca, senza possibilità di ulteriori sviluppi.
Purtroppo, fino a quando i sempre più numerosi studenti di architettura - solo in Italia aumentati esponenzialmente negli ultimi anni - continueranno a comprare le costose monografie dei grandi maestri contemporanei, fino a quando continueranno ad invadere in massa, estasiati, l'ultima chicca del giorno, fino a quando una mentalità critica e sufficientemente cosciente di cosa sia oggi arte rispetto a cosa è semplicemente spacciata come tale dall'amministrazione comunale di turno, di hotel marques c'è ne dovremo aspettare ancora molti.
