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A proposito dei 'Test d'ammissione'
La notizia della falsificazione delle prove di ammissione alle facoltà di Medicina e Odontoiatria delle Univeristà di Bari, Chieti, Ancona e Catanzaro, ha riempito le pagine dei quotidiani e, per il tempo di sopravvivenza commisurato alla presa sul pubblico della notizia, bombardato i tg italiani. Scossa la coscienza dell'Italia perbenista con amare conclusioni si è potuto constatare, qualora c'è ne fosse stato bisogno, in quali meandri la cupidigia umana, italiana nella fattispecie, si può inoltrare.
Di per se l'organizzazione sgominata dalla Guardia di finanza rientra in quell'ambito della degenerazione umana cui poco importa dell'istituzione per la quale lavorano, e che senza tanti moralismi rinuncia al sacrificio dell'insegnamento professionale in nome di un guadagno aggiuntivo che tutto ripaga. Forse hanno davvero ragione i politici quando giustificano i propri guadagni e privilegi per non cedere alla trappola della corruzione! Ma in Italia vige il sacrosanto diritto della presunta innocenza fino al termine del processo. Tale processo è in corso, e non è questo il luogo e il tempo per sentenziare colpevolezze.
Nonostante ciò qualche considerazione si può fare nello specifico dei test di ammissione che, smaltita l'ondata di indignazione nei confronti dei furbetti che hanno contraffatto le prove, sono tornati al centro dell'attenzione del dibattito interno al mondo universitario. La questione è essenzialmente ridotta all'interrogativo se sia giusto o meno sbarrare il libero ingresso nelle facoltà a masse di studenti neo-diplomati. Gli Studenti di Sinistra tempestivamente non si sono lasciati sfuggire l'occasione, ed in nome di un liberalismo obsoleto che ha mortificato la meritocrazia, contestano il numero chiuso rivendicando la libertà di scelta quale principio imprescindibile di una sana democrazia. Di per se la rivendicazione è onesta e nell'interesse del singolo. Ma personalmente non credo che il numero chiuso cospiri contro la libertà dell'uomo. I comportamenti della massa vanno disciplinati all'interno di un disegno globale che assicuri un'equa ripartizione delle risorse migliori e valutato da questa prospettiva ha le sue ragioni, ha una sua logica, che non si può ridurre alla sola mancata libertà di scelta di studenti diciottenni di cui una buona percentuale cerca un comodo parcheggio ove continuare gli agi di una vita senza impegni e grosse mete, vivacchiando all'ombra di sacrifici di famiglie sempre più precarie. La limitazione di libertà è pura demagogia. Perchè questi tenaci oppositori non spiegano ai genitori e alle aspiranti matricole le percentuali di disoccupazione allarmanti che ci sono in svariate discipline dopo la laurea. Psicologia è una facoltà a libero accesso. E le iscrizioni sono cresciute esponenzialmente negli ultimi anni. Ma cosa se ne fa un paese come l'Italia, dove la figura dello psicologo non è stata mai positivamente accettata, di migliaia e migliaia di psicologi laureati ogni anno? Ed infatti le percentuali di occupazione in materia sono irrisorie. Architettura è una facoltà a numero chiuso. Vive di un paradosso tipicamente italiano: Il numero chiuso è restato fisso negli anni mentre sono aumentate le facoltà di architettura sul territorio nazionale. Perchè nessuno spiega alle famiglie che sostenengono sacrifici economici di ogni sorta per far studiare architettura ai propri figli che questi fino a quaranta anni non metteranno su un mattone? Cosa se ne fa l'Italia di un centinaio di migliaia di architetti per sessanta milioni di abitanti?
Le risorse economiche e culturali universitarie sono limitate. Bisogna valorizzarne le potenzialità mirando a dirottare gli sforzi su individualità capaci, dotate. Questo è il punto. L'Università è un fenomeno di massa già da diversi decenni. Attualmente però si è superato ogni limite. Scegliere oggi architettura a 18/19 anni credo sia più frutto del fascino per una professione di cui tra l'altro i non addetti ai lavori mancano totalmente di una cultura di base - utile quantomeno a scegliersi l'arredamento della propria abitazione - che una una scelta ponderata sulle effettive capacità del singolo.
Ed allora, se il numero chiuso è questione tanto odiosa e ripugnante da un punto di vista liberal-democratico, si può ricorrere ad un'arma efficace solitamente non utilizzata in Italia: la meritocrazia. Libero accesso a tutte le facoltà, e feroce sbarramento al primo anno per le lauree triennali e al secondo anno per le lauree quinquennali. Alle matricole verranno impartite le nozioni di base dell'architettura in questi intervalli di tempo quali tecnologia e statica, storia, geometria e urbanistica. Al termine di tale periodo una valutazione globale dei singoli e la possibilità di proseguire gli studi ad un numero ristretto ed efficace di chi lo merita, di chi possiede e dimostra le capacità in materia. A chi non è ammesso proseguire negli studi, la magra consolazione di aver sprecato uno o due anni della propria vita e non un decennio.
