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VilLA MN - UN Studio

Apparentemente potrà sembrare un passo indietro rispetto alla più nobile e frustrante Mobius House. In realtà le due residenze realizzate da Van Berkel e Bos a distanza di circa un decennio l'una dall'altra dimostrano che nel rispetto delle operazioni geometriche lecite in architettura e nella semplificazione di concetti innegabilmente ricchi di potenzialità espressive si celano tutta una serie di possibilità concretamente indagabili.
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Residence Schitzer-Bruch - Maaars Architektur
... Un poderoso aggetto, estetica- mente rafforzato da una coppia di mensole laterali, si libra nello spazio organizzando ed orientando la terrazza sovrastante, delimitata la- teralmente da lamelle di legno frangisole. L'involucro superiore si apre totalmente verso l'esterno su due dei quattro lati, mentre il vo- lume propriamente abitato è con- nesso con l'esterno per mezzo di un corridoio vetrato...
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La Chiesa di Saint Pierre
La natura chiude una vita, un'attività ammirevole, con la morte; e niente è più trasmissibile che la nobiltà del frutto del lavoro: il pensiero. Tutto il resto scompare. Le Corbusier

Il 29 novebre scorso è stata ufficialmente celebrata l'inaugurazione dell'Englise de Firminy-Vert, alla presenza del ministro francese della Cultura e della Comunicazione Renaud Donnedieu de Vabres.
Nel 1954 a Le Corbusier gli vennero commissionati una serie di progetti dall'allora sindaco del comune di Firminy: progetti per il quartiere di Saint'Etienne, per uno stadio, un edificio residenziale ed una chiesa, tutti nella contea di Firminy. Mentre i primi tre progetti furono realizzati, la chiesa di Saint Pierre rimase per Le Corbusier uno dei tanti progetti destinati a restare sulla carta. Questa viene pubblicata nell'Ouvre Complete con la data del 1960, ma nei carnets osservazioni sulla chiesa giungono fino al '63 (riporta la data del 1963 una prospettiva della Chiesa a tutta pagina).
Le Corbusier è completamente travolto dall'impeto progettuale che contraddistingue la sua fase matura, letteralmente assillato dalla volontà di lasciare ai posteri formulari universalmente validi e riferimenti bibliografici. Egli sembra trovarsi particolarmente a suo agio nel progettare edifici religiosi. Il decennio trascorso senza edificare quasi nulla aveva ridestato interessi sopiti nel tempo primo tra tutti l'innata passione per la vita claustrale, laddove il ricordo della Certosa d'Ema era ancora vivo e tumultuoso. Prima del progetto per la Chiesa di Saint Pierre Le C. ha già realizzato la Cappella di Notre-Dame-du-Hunt a Ronchamp, ed il Convento de La-Tourette nei pressi di Lione. Due progetti apparentemente antagonistici, ma entrambi frutto di passioni nutrite per anni in parte offuscate dal prepotente mito della macchina, e rivitalizzate nel momento in cui la 'carneficina meccanica' della seconda guerra mondiale aveva mostrato il lato più oscuro dell'industrializzazione e della meccanizzazione, mettendo in crisi l'approccio tutto positivista del Le Corbusier progressivista. L'Englise de Firminy-Vert consiste in un guscio iperbolico-paraboloide che, dopo Ronchamp e La-Tourette rappresenta il terzo, nuovo tipo di chiesa. Questa nota a pié di pagina dell'Ouvre complete afferma inequivocabilmente l'importanza attribuita alla chiesa di Firminy. Qui non si trattava di realizzare una stecca in più o in meno delle sue Unitè d'Habitation, ma di edificare il terzo simbolo corbuseriano dopo Ronchamp e La-Tourette.
A questo punto è inevitabile chiedersi il perche di una costruzione, durata tra l'altro ben 36 anni dalla posa della prima pietra fino al termine dei lavori, inaugurata appunto ben 46 anni dopo la sua progettazione e 42 dopo la morte dell'architetto. Condivisibile fino ad un certo punto l'intervento di Zaira Magliozzi apparso su PressTletter 1-2007. Secondo la Magliozzi infatti l'inaugurazione della chiesa di Saint Pierre, la realizzazione di una casa progetta da Wright a 50 anni dalla sua morte e le ricostruzioni di padiglioni destinati ad essere temporanei ed oggi ricostruiti come permanenti, sono il sintomo chiaro ed evidente di un mercato economico che non trova ormai nessun limite tanto meno nell'architettura. Infatti investire sul nome di un maestro del Moderno quale Le Corbusier, Wright, Mies o altri, rappresenta da un lato l'indubbia sicurezza del ritorno economico del capitale investito (immagino le folle di architetti nostalgici del Moderno avidi di immagini a 8.1 milioni di pixel), e dall'altro l'azione pubblicitaria dell'intervento, sicuramente un tocca sana per l'immagine della città di Firminy. Ovviamente il falso non è neanche un falso d'autore, nel senso che a distanza di quasi cinquanta anni dalla morte del proprietario intellettuale dell'opera sono cambiati i temi, le tecniche, i materiali. Ma a mio avviso, più che speculare sull'autenticità dell'opera in questo caso gli 'autori' della ri-costruzione, o meglio della costruzione postuma, si sono spinti ben oltre la questione del falso in se per se. Progetti destinati a restare sulla carta sono progetti che hanno un proprio valore intrinseco fino a quando appunto qualcuno non intenda realizzarli. Non so se osserverei affascinato come sempre progetti su cui tanto si è fantasticato in virtù proprio della loro non realizzazione. In un epoca dove la seduzione dell'immagine è diventata un vera dipendenza, tanto quanto effimera, credo che molti progetti si fanno apprezzare proprio per non essere stati realizzati. L'Englise de Firmini-Vert poi possiede intrinsecamente la consapevolezza e l'orgoglio dell'aver ideato quel terzo nuovo tipo di chiesa che avrebbe assunto tutt'altro valore nel momento in cui sarebbe stata realizzata.
I progetti nascono con un destino gia assegnato. Assegnato dalle contingenze economiche, storiche, e da eventi tanto imprevidibili da comprometterne l'eventuale fortuna. Forse neanche Le C. si sarebbe aspettato una riverenza tale a quasi cinquanta anni dalla sua morte. Praticamente mezzo secolo in cui è stato detto e scritto di tutto sull'architetto, nel bene e nel male, piu influente del secolo scorso, periodo in cui non sono mancate dovute rivalutazioni sull'effettivo apporto dello stesso al Moderno. Realizzare la chiesa di Firminy, tipologia principe nella ricerca spaziale lecorbuseriana, ha tutto il sapore della beffa nell'esatto momento in cui il progetto è stato svilito dalla repentina variazione della destinazione funzionale. Ed in tale manipolazione si esplicitano le reali motivazioni che ne hanno determinato la realizzazione. Fine propagandistico di una realtà locale. Una chiesa sconsacrata ancor prima di essere consacrata.
Dibattito
Città da rottamare 01
L'AUDIS - Associazione delle Aree Urbane Dismesse - nata nel 1995 allo scopo di promuovere un dibattito culturale sui possibili scenari di recupero delle 'aree dismesse' (interi settori urbani la cui riconversione consentirebbe alle città di dotarsi delle strutture necessarie per conseguire nuovi livelli di qualità urbana), ha organizzato un convegno, che si terrà a Roma venerdi 1 dicembre 2006, dal provocatorio tema: "La città da rottamare. Dal dismesso al dismettibile nell'edilizia residenziale del dopoguerra". Nella sua vasta area disciplinare l'associazione limita quindi per questo convegno l'attenzione a quelle corpose parti di città destinate ad uso residenziale che costruite in maniera piuttosto frettolosa nel dopoguerra, in seguito alle violente distruzioni prodotte dagli eventi bellici, fino ai primi anni '70, rappresentano oggi parti di città consolidate che la cultura urbanistico-architettonica ha da sempre amato definire periferie, e che attualmente sono diventati parti integranti la città.
Roberto D'Agostino e Pier Paolo Maggiora hanno anticipato alcune delle tematiche che verranno dibattute durante il congresso, su Radio 3 Suite. Roberto D'agostino punta l'attenzione sulla destinazione sociale di queste aree. Aree residenziali che esaurito un ciclo di vita fisico ed economico, non più in grado di soddisfare le esigenze che l'abitare contemporaneo impone, sono abitate da quelle classi sociali meno abbienti, le fasce piu deboli - immigrati compresi - che vittime di un sistema economico che non ammette cambiamenti di residenza, sono costretti ad assecondare le regole del mercato immobiliare imperante nelle nostre città. Queste aree residenziali sono parti di città che non sono più periferie ma in molti casi lambiscono i centri storici. Pier Paolo Maggiora affronta invece le questioni più delicate legate alla 'demolizione' ed agli 'attori responsabili' di tale processo. Al fin troppo scontato confronto tra le città francesi e le città italiane, di cui le prime molto piu aperte storicamente ad imponenti lavori di demolizione e ricostruzione, Maggiora afferma che bisogna imbastire una teroia dei valori senza la quale non si puo stabilire cosa è marcio e cosa vale la pena tenere, ristrutturare, rifunzionalizzare. Quando tutto si conserva a prescindere dalla teoria dei valori, tutto si paralizza. Mentre per quando riguarda le responsabilità, molto probabilmente è giunta l'ora di non incolpare delle conseguenze unicamente architetti ed urbanisti. Sicuramente fanno parte del processo di degrado, e sicuramente va loro la colpa di non aver sollevato la spinosa questione, di non aver innescato un fertile dibattito dalla quale ricavare utili rifermenti di approccio e di pratica, un orientamento metodologico utile a riqualificare queste aree. Ma bisogna tener conto anche delle amministrazioni comunali, delle iniziative private, che al pari di architetti ed urbanisti, intevengono in maniera attiva nelle vicende urbanistiche della città.
In attesa degli esiti del convegno, non ritengo affatto scontate alcune considerazioni. Il confronto tra l'approccio alla demolizione nella cultura francese e nella cultura italiana potrebbe essere facilmente archiviato con il caso Baunlieu. In fondo problemi di ordine di quella portata non si sono verificati nelle nostre città. Anche se vi sono state delle piccole avvisaglie. Un confronto senza approfondimenti delle diverse vicende sociali dei due paesi sarebbe ridicolo quindi esula da questo post. E' vero che la cultura urbanistico-architettonica ha fin troppo spesso evitato il problema di quell'edilizia residenziale priva di qualità formali e funzionali capaci di reggere all'evoluzione del tempo e della società. E cosi ci ritroviamo oggi giorno con milioni e milioni di metri cubi di residenze fatiscenti e sempre più invivibili, e con l'assenza di strumenti di analisi e metodologie d'intervento qualificate. E mentre le patinatissime riviste nostrane continuano imperterrite a pubblicare le foto ritoccate ad arte dell'archistar di turno, ben vengano convegni in cui sta a cuore il destino delle nostre città.
Esito concorso
Concorso di idee: N.E.D. Nuovo edificio Direzionale
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E' stato assegnato al gruppo coordinato da Fabrizio Rossi Prodi il primo premio del concorso di idee indetto dalla società Zambonini srl che, in seguito ad uno stato di salute invidiabile per una impresa italiana testimoniata dai continui acquisti di aree adiacenti alla sede nativa dell'impresa ed ai corposi ampliamenti avvenuti nel tempo, chiedeva proposte progettuali di massima per i nuovi uffici direzionali. Il bando specificava la prelidizione per la carpenteria metallica in tema di struttura, mentre allo stesso tempo si consigliava un 'modello architettonico improntato alla leggerezza, all'impiego di materiali innovativi, vetro anche con funzione strutturale, rivestimenti e sagomati metallici di vario genere, frangisole fissi e mobili, pannelli fotovoltaici architettonici'. A ciò si aggiungeva un programma funzionale preciso e dettagliato che doveva soddisfare l'organicità del lavoro di gruppo che contraddistingue l'azienda.
Il progetto vincitore ben soddisfa le esigenze di immagine che la Zambonini intende imprimere con un tale investimento. Elemento caratterizzante è la facciata rivolta a Sud, completamente aperta verso la tangenziale, punto di vista dall'esterno privilegiato dal progetto, che oltre a definire il volto dell'edificio, diventa essa stessa luogo espositivo, galleria espositiva nella quale condurre i clienti in una sorta di visita guidata estremamente esplicativa delle capacità tecnico-artistiche dell’impresa. Tecnicamente la facciata è in realta una doppia facciata, che definisce una vera e propria galleria espositiva, all'interno del quale si sviluppano una serie di percorsi che, ai diversi livelli dell'edificio, aprono viste ai clienti, visitatori, sia sull'attività progettuale che sull'attività piu propriamente produttiva, in maniera da rendere sempre visibile la fase produttiva sia come informazione per i clienti, che come garanzia di qualità non solo del prodotto finito ma anche delle varie fasi di lavorazione. Il progetto gran parte impiantato sull'immagine suadente che deve trasmettere tanto a chi attraversa la tangenziale quanto ai clienti che vi si recano per collaborare alla definzione di progetti di facciate da realizzare (la Zambonini appunto realizza facciate e rivestimenti di edifici) prevede, grazie ad una variegata e studiata mappatura dei courtain wall, una colorazione mutevole della facciata dell'edificio trasformando lo schermo sordo della facciata in una superficie osmotica capace di assorbire e riverberare, le peculiarità del paesaggio piacentino.
A questo punto, tralasciando volutamente descrizioni surreali per quanto riguarda la spazialità interna dell'edificio, sorgono alcuni interrogativi e perplessità non tanto sulla qualità generale del progetto, quanto su aspetti concettuali che hanno guidato e delimitato la fase progettuale. Anzitutto la galleria espositiva è una serra d'estate e un congelatoio in inverno. Completamente esposta a sud a poco servono le aperture apribili alla base ed alla sommità di essa in estate per mettere in moto l'effetto camino di cui spesso si abusa per giustificare scelte estetiche energeticamente dispendiose. E una doppia facciata completamente vetrata cosi ampia rivolta a sud richiederà impianti di condizionamento di dimensioni non indifferenti, a tal punto che sorgono dubbi sull'effettiva considerazione che il bando prometteva di riporre in soluzioni attente al contenimento energetico, al comfort ed alla salubrità degli ambienti. In secondo luogo mi ha lasciato perplesso il servile e incondizionato piegarsi di Rossi Prodi alla logica della capacità di fascinazione cui lo stesso architetto fa riferimento. E cosi, fedeli ad uno dei tanti moniti di successo del Movimento Moderno secondo cui l'architettura deve rappresentare attraverso i mezzi che le competono la società in cui si inserisce, per cui è progettata, onde non essere etichettata come tradizionale, retrogada, Rossi Prodi fonda l'idea generatrice dell'edificio sulla capacità di fascinazione e di proiezione nel futuro che ormai le immagini possiedono nella nostra civiltà. Un nesso però mi sfugge in tale teoria: la società dell'immagine che contraddistingue l'evoluzione di quest'ultimo decennio fa un utilizzo appunto dell'immagine che definirei barbaro. Queste hanno una vita media di pochi attimi, il tempo di un click, o di una sfogliata di pagina, che mal si lega concettualemente ad un'attività costruttiva che realizza manufatti destinati a durare nel tempo. La società contemporanea, la società liquido-moderna cosi come l'ha definita il sociologo Zygmunt Bauman, e a cui lo stesso Rossi Prodi fa riferimento, è assuefatta dall'immagine, dalle carrellate di immagini che il web ci propone in quantità illimitate, ed alle quali click dopo click ormai non facciamo piu caso. Pubblicità, locandine, reportage fotografici, altro non cercano che l'inconsueto, un modo come un altro (tutti sono piu o meno leciti) di attrarre l'attenzione, un attimo di attenzione per la precisione. L'architettura va oltre l'attimo. Ridurre l'architettura alla capacità di fascinazione che un immagine deve contenere come requisito fondamentale alla sua sopravvivenza, equivale a ridurre la stessa ad architettura di facciata, quanto costosa non importa, esattamente come avveniva durante l'800 e in tutte quelle epoche e stili dove la colonna aveva perso la sua funzione statica primigenia di supporto fino a divenitare pura decorazione, attaccata piu o meno rigorosamente alle facciate. Il movimento moderno aveva ben altre ragioni di scagliarsi contro l'accademia imperante all'inizio del secolo, affermando la necessità di un architettura cosciente dei mutamenti sociali che si erano verificati, e continuavano a prodursi, per effetto della rivoluzione industriale. E quale è stato uno dei risultati spesso trascurati dalla critica, ma a mio avviso tra i piu importanti, delle tematiche rivoluzionarie del moderno? Che l'architettura ha perso ogni carattere di eternità, o meglio di durabilità (si pensi al Pantheon, la cupola piu grande al mondo mai costruita fino ad ora completamente in calcestruzzo, che attrae sguardi ammirati da 2 millenni) rispetto alle opere del moviemento moderno (si pensi alle costosissime opere di manutenzione che occorrono per mantenere staticamente efficienti gli sbalzi della casa sulla cascata di Wright inaugurata 67 anni fa). E la tendenza alla diminuzione della vita media di un edificio tutt'ora in voga, in stretta simbiosi con la brevissima durata dell'immagine, ci rende edifici affascinanti oggi, e che non si sa cosa farsene fra 5 anni. Rossi Prodi a mio avviso poteva osare di più. La societa che ha bandito il concorso lasciava presumere nel bando che sicuramente, ed ovviamente, era interessata a questioni di immagine della società, ma che allo stesso tempo restava ben aperta a soluzioni che non si fermassero alla sola servile capacità di fascinazione dell'edificio progettato. E se in questa proposta l’architettura deve diventare un veicolo pubblicitario dei prodotti di un’impresa non oso immaginare cosa progetti Rossi Prodi se gli viene chiesto dalla Control o dalla Durex di definire un edificio direzionale.
Immagini dei progetti partecipanti
Home page del sito si Rossi Prodi
Home page del sito della Zambonini srl
Vita e opere di Le Corbusier
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01 - Il particolare in architettura
Se indiscutibile è l'importanza assunta dal particolare in architettura, molteplici sono gli approcci che portano al suo studio e realizzazione. La definizione del particolare può intervenire in qualsiasi momento della fase progettuale, di concezione dell'opera. In teoria il particolare definisce la qualità di un opera. Esso diviene segno distintivo di un progettista, definendone volta per volta sensibilità, raffinatezza e competenza costruttiva. Nella realtà il particolare presuppone un'approfondita conoscenza delle tecnologie costruttive, comportamento meccanico-estetico dei materiali, costringendo a lavorare in scale di rappresentazione spesso piu affini ad un designer che ad un architetto. Per questo la sua complessità affascina ed allo stesso tempo definisce in certa misura la qualità d'insieme dell'opera.
Questa rubrica si avvale delle definizioni di consumati progettisti - principale fonte sarà inizialmente un numero della rivista tedesca Detail che nel 2000 in occasione del suo quarantesimo anniversario dedicò un numero al tema - e di esempi di volta in volta tratti da opere realizzate.
Lintero e le sue parti
La cura del particolare architettonico è sempre stato per me paragonabile alla cura dell'intero e delle sue parti. L'"intero", la composizione globale del progetto, si basa su un principio architettonico esteso. Le singole "parti" risultano dalla realizzazione e determinano l'opera concreta. Questa reazione può anche essere intesa come rapporto di tensione fra astratto e concreto. A partire dai dati di fatto, ad es. l'orientamento e la forma dell'edificio fino alla relazione tra "parti" come la copertura o i muri, esiste su differenti livelli una continua relazione fra l'interno e le sue parti. Sono convinto che il vero input per fare architettura è il desiderio di realizzare l'idea primaria. nella Ville Savoye di Le Courbusier, simbolo dell'architettura residenziale del XX secolo, la relazione fra l'intero e le parti è ovunque visibile. Al primo sguardo sembra il manifesto della filosofia lecorbuseriana, benchè ci siano chiare deviazioni del pensiero razionale, come nel caso della distribuzione apparentemente casuale dei pilastri portanti. In effetti Le Courbusier usa intenzionalmente i pilastri in una certa posizione per ricavare una zona d'ingresso, oppure per mettere in rilievo il suo contenuto simbolico come uno degli elementi che creano la sensazione di "spazio". Le Courbusier non scende a compromessi, ma lavora ad un problema fino all'ultimo dettaglio. La sua architettura rimane sorprendentemente ambigua se si considera la sua filosofia, ma è proprio per questo i suoi edifici continuano a richiamare visitatori. Se si ritorna più volte a considerare l'intero e le sue parti, ogni singolo punto può essere risolto. La reazione fra l'intero e le parti raggiunge il massimo grado e l'architettura assume immagine e forma. Le decisioni e le soluzioni trovate sono per ogni luogo e per ogni situazione differenti e ciò conferisce sia all'architettura sia al particolare una propria individualità. Noi architetti cerchiamo di progettare per ogni funzione l'architettura più adatta; e come uomini che creano architettura è solo questo il nostro compito.
Tadao Ando, Detail n.8 anno 2000