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sabato, 16 giugno 2007

   Svecchiare le Università italiane - Senatori della cultura  

Svecchiare le università italiane? A quanto pare nulla di più arduo si può chiedere in Italia. L’età media dei professori ordinari è di 58,7 anni, stabile rispetto a otto anni fa; quella degli associati è di 52 anni, stabile anch’essa; l’età media dei ricercatori è di 45 anni, in aumento di circa un anno rispetto al 1998.

Anzitutto bisogna stabilire se, quando e quanto la demografia del personale docente può influire sulla qualità formativa degli studenti della nuova generazione. L’equazione non è totalmente generalizzabile in quanto a seconda del contesto culturale in cui si opera, dell’attività del docente fuori dall’ambiente universitario, della personale propensione al sistematico aggiornamento, si determina una scala di valori di cui in certa misura bisogna pur tener conto. Nonostante ciò è innegabile che la velocità del continuo mutare della società contemporanea, veicolata dall’esponenziale sviluppo di tecnologia a tutti i livelli, edifica un ambiente all’interno del quale le nuove generazioni - che vivono tali mutamenti sulla base dell’esperienza quotidiana personale – risultano indubbiamente le più propense a ricevere i nuovi stimoli ed a traslarli in validi campi di ricerca.
Proiettando simili osservazioni sul campo più ristretto dell’architettura, ci chiediamo come possono professori di veneranda età e, nel migliore dei casi, di stimatissima cultura, insegnare una disciplina progettuale che attualmente si basa su fenomeni, tecniche, e cultura, totalmente rivoluzionati rispetto a soli venti anni fa. In particolare l’uso delle tecnologie informatiche, che i nostri cari professori non posseggono neanche in minima misura. Ridicoli fino al punto di mostrare vivo entusiasmo verso le potenzialità di presentazione di power point, ignorando qualsiasi nozione di modellazione tridimensionale, che sempre più prepotentemente gestisce ed indirizza la progettazione. Lontani dalle contemporanee logiche di mercato che influiscono più di ogni altro fattore sul prodotto finale. Lontani anche dall’esperienza di cantiere che sovente caratterizza la stragrande maggioranza dei professori di progettazione che da decenni non mettono su un mattone. Per non parlare poi della comune repulsione nei confronti delle ricerche contemporanee, cosi lontane dai loro presupposti formativi, obsoleti ed inadeguati alla ricerca attuale. Bisogna ritenersi fortunati se i riferimenti giungono fino a Mies e Le Corbusier, in ogni caso sempre non oltre la seconda guerra mondiale.

Interessi corporativi, sistemi di reclutamento e pressoché nulla competizione, impediscono a tutti i livelli il ricambio generazionale, l’agognato passaggio del testimone, lasciando le nostre facoltà - quelle per cui noi paghiamo salatissime tasse in cerca di un adeguata preparazione – nelle mani di mestieranti parolieri che tengono alla poltrona più di una dignitosa pensione.

Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti, ma il potere è difficile da affrontare a viso aperto. Detiene le chiavi del palazzo, prepotentemente armato contro eventuali attacchi esterni. Nell’Olimpo della cultura architettonica italiana non sono ammesse intrusioni sgradite che minerebbero la compattezza interna. Nel limbo si agitano malumori e velati dissensi, incapaci di organizzarsi in caparbia resistenza. E fino a quando l’1% dei docenti universitari ha meno di trent’anni, e il 16,5% ne ha meno di quaranta, la repressione accademica può legittimamente affidarsi alla maggioranza in forza.
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Fonte dei dati: Cnvsu
Indagine del Il Sole-24 Ore, 28 aprile 2007



Pubblicato su AiP - Architettura in Progress di Marco Calvani

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giovedì, 24 maggio 2007

   Franco Purini e la critica di architettura  

Direzionare la ricerca architettonica, incanalare le energie altrimenti sperperate in molteplici direzioni, molte delle quali potenzialmente fruttuose ma non sufficientemente indagate, è uno di quei fenomeni negativi che attualmente sembra essere in grado di compromettere gli esiti della ricerca architettonica italiana. Accusati da più fronti sono i critici che impegnati ad accaparrarsi i posti del potere nelle università, nelle riviste, nelle giurie dei concorsi, veicolando giovani studi di architettura tra mostre e recensioni, in un avvilente reciproco scambio di favori, di affettuose strette di mano, di sguardi accondiscenti, dimenticano il reale impegno e l'importanza della critica di architettura, intesa nella sua definizione più radicale.
Il fine teorico Franco Purini individua l'essenza di un male radicatosi nel tempo e difficilmente estirpabile dal momento che mancano oggi giorno quelle personalità che, nel bene e nel male, hanno dato impulso ad un dialogo serrato, a volte aspro, coinvolgendo critici e architetti, progetti e opere realizzate, mode e tendenze, lasciti e nuove opportunità. Zevi, Tafuri, Potoghesi, i nomi più ricorrenti, capaci di plasmare il terreno problematico su cui si compie la sperimentazione. Tutti con dei limiti, alcuni storiograficamente riconosciuti, altri dibattuti ancora oggi. Ma tutti coerenti con le loro concezioni, faticosamente acquisite durante il corso degli anni, difese a costo di ferree prese di posizioni mantenute intatte nel tempo, a ribadire un'integrità concettuale che non si piega a compromessi.
Su
Archphoto.it Emanuele Piccardo intervista Franco Purini. Tanti i temi affrontati tra cui, appunto, quello dell'assenza di critica architettonica in Italia. Dall'intento formativo della stagione eroica della critica architettonica italiana alla critica di servizio contemporanea, il passo è stato breve ma non indolore e privo di conseguenze. A pagarne le spese quelle giovani generazioni che lasciate in balia dell'ondata mondana internazionale, peccano di originalità concettuale e di aderenza alle 'problematiche nazionali'.
... Fino ad un certo punto la critica è stata il luogo di un dibattito a volte aspro, polemico, con l'intento comunque formativo ovvero di ricerca delle motivazioni profonde del fare. Oggi invece la critica, quando c'è, è per cosi dire una critica di servizio, che serve a mappare il territorio di ricerca senza però motivarle nè soprattutto criticarle per davvero. [...] Io spero che i critici ricomincino al più presto ad avere quell'atteggiamento tendenzioso, anche se tendenzioso non significa pregiudizialmente chiuso nei confronti delle esperienze più diverse. Tendenzioso significa osservare l'intero specchio della realtà alla luce di convinzioni.
Alla luce di convinzioni sottintende lealtà e intransigenza, rifiuto di compromessi. E' da un po di tempo che la Darc non tace più...

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lunedì, 07 maggio 2007

   Conservazione del Moderno - La Torre-Capsula Nagakin  

A quanto pare anche la Torre-Capsula Nagakin a Tokio di Kisho Kurokawa verrà demolita, dopo che gli attuali abitan- ti hanno mostrato una certa preoc- cupazione per l'amianto utilizzato nella costruzione in anni in cui di questo miracoloso materiale, praticamente infiammabile a qualsiasi temperatura, non si immaginava neanche la sua pericolosità per l'organismo umano.
Icona del movimento Metabolist sviluppatosi in Giappone negli anni '60-'70, sulla scia delle fantasie architettoniche degli Archigram e del gruppo Metabolist, la Torre-Capsula incarna il mito e la logica dell'abitare in cellule prefabbricate aggregate. Il complesso è costituito da due nuclei di accessi verticali, rispettivamente di 11 e di 13 piani, attorno ai quali si aggangiano le capsule sollevate da gru e saldate alla struttura primaria del connettivo verticale. Due tipi di capsule - differenziate unicamente dal tipo di accesso, centrale o laterale - sono state magistralmente articolate da Kurokawa realizzando tanto spazialmente quanto esteticamente quell'idea di città nello spazio che stimolava l'immaginario collettivo nei primi anni '70 (lo sbarco sulla Luna è di pochi anni precedente).
Kurokawa, con tutto il dovuto dispiacere, ha accettato l'ipotesi della demolizione a patto di ricostruire il complesso privilegiando il carattere primordiale del progetto, la flessibilità, sostituendo le vecchie capsule - letteralmente staccandole dalla struttura originaria - con delle nuove più adatte al vivere contemporaneo e sicuramente più salutari. Ma n
onostante l'appello disperato lanciato da Kurokawa, giustamente interessato a preservare la sua opera, e nonostante l'iniziale appoggio di alcune organizzazioni achitettoniche del Giappone, la proposta di Kurokawa sembra sia al vaglio delle autorità locali ma sicuramente verrà archiviata. Gli addetti al piano di ripristino hanno liquidato la proposta sollevando dubbi sulla presunta capacità della struttura originaria di resistere ai terremoti.
Dinanzi a simili eventi, credo piuttosto tristi per gli architetti, non ci può che rammaricare. Ma non è questo il primo caso. E non sarà l'ultimo. La conservazione del Moderno è un problema che si pone ormai quotidianamente in qualsiasi angolo del mondo. Il progresso e la continua, impaziente, imperterrita ricerca del nuovo, della contemporaneità, il vizio della maniera, hanno prodotto una gran quantità di architettura fragile e difficilmente restaurabile. L'uso avventato di materiali di non provata consistenza e durata aggravia il tutto. E se a ciò si aggiungono le logiche di mercato che irrompono violentemente laddove si palesa la possibilità di nuovi guadagni e senza molti scrupoli di coscienza decidono della sorte di molta architettura del Moderno, lo scenario è ancora più cupo. Non è un caso, infatti, che il progetto di ricostruzione sull'area attualmente occupata dalla Torre-Capsula , in fase di approvazione - quello presentato da Kurokawa resta una romantica proposta - prevede un aumento della superficie coperta del 60 per cento rispetto a quella originaria.
La Torre-Capsula Nagakin si appresta quindi a diventare uno di quegli edifici che possiamo vedere solo per foto. Il suo destino si aggiunge a quel folto gruppo di architetture illustri che per i più svariati motivi - strutturali ed economici anzitutto - sono state irreversibilmente abbattattute. A differenza dei suoi illustri predecessori però, la Torre-Capsula verrà demolita nonostante sia stata progettata prevedendo l'intercambiabilità degli elementi abitativi - flessibilità nel tempo e nello spazio - e dopo soli 36 anni di onorato servizio.


Notizia tratta da Architectural Record

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martedì, 17 aprile 2007

   Prestinenza Dal Co e le critiche di mercato  

Ogni giorno che passa il web si sta dimostrando il luogo ideale della più genuina critica architettonica. Ben lungi dalle logiche di potere imperanti all'interno delle redazioni delle riviste cartacee, immune dai circoli accademici, ed in contrapposizione al tacito accordo di non lesionarsi vicendevolmente sapientemente concertato dai vertici del potere, non è raro imbattersi tra un sito e l'altro in veri e propri saggi critici che con una violenza di antico sapore razionalista attaccano l'architetto o l'architettura di turno, il mito o l'assunto di un dato periodo.
E' cosi che al ritorno dalle vacanze pasquali mi sono imbattuto nell'ultima perla di Prestinenza Puglisi:
I guai di Tafuri. Prestinenza Puglisi non è nuovo a simili uscite. Di certo non vi sono passati indifferenti il coraggioso attacco frontale alle teorie di Heidegger, o le più umane stroncature a Rafael Moneo, a Gregotti, alla Darc...
I guai di Tafuri rappresentano un'altrettanta presa di posizione ferrea, che demolisce senza troppi giri di parole l'opera teorica e critica di uno dei più influenti critici dell'architettura italiana operanti in Italia dal dopoguerra ad oggi. Personalmente sarei stato piuttosto cauto nell'affermare che dietro il presunto rigore e la presunta costruzione teorica si celava una pochezza disarmante di concetti, spesso confusi ma presentati con un linguaggio esoterico che li spacciava come profondi, secondo una moda tipica di quegli anni [anni '70 ndr]. Ma in un paese civile e democratico, ognuno ha il sacrosanto diritto di esprimere la
sua opinione. Ammetto che il linguaggio lezioso e raffinato di Tafuri troppo spesso imbriglia la mente, la sua innnervosente prosa mette a dura prova concentrazione e sistema nervoso, e che a volte non giunge alla chiusura di un concetto, di un discorso. Condivido il richiamo alla chiarezza critica alla forza delle idee e non al latinorum delle note dotte e delle citazioni astruse. Ma da qui a sentenziare l'inefficacia del metodo tafuriano, la pochezza disarmante dei suoi concetti, l'infondatezza delle sue tesi, che riusciva a renderle apparentemente inattaccabili perché sempre sufficientemente vaghe, polisense e inverificabili, credo sia una forzatura piuttosto gratuita che ha come obbiettivo il 'nemico' dichiarato già da tempo.
Il nemico in questione è Francesco Dal Co ovviamente. E non è un caso se l'articolo di Prestinenza Puglisi coincida con la pubblicazione sull'ultimo numero di Casabella di Vittorio Gregotti, anch'egli fresco di stroncatura. Frencesco Dal Co è il discepolo prediletto di Tafuri, e data l'inefficacia della critica direttamente rivolta al direttore di Casabella, stancamente rimpastata attraverso la PressS/Tletter, il bersaglio si sposta sul maestro nella speranza di smuovere una seppur minima e flebile reazione. In realtà Dal Co e company restano piuttosto indifferenti alle critiche di mercato di Prestinenza Puglisi che pur di fare audience non lesina a pubblicare su presstletter.com la sua corrispondenza privata con Renato De Fusco. Da che mondo è mondo i contatti epistolari tra gli architetti sono rimasti privati e nascono unicamente dalla volontà di confronto reciproco senza secondi fini di pubblicazione. Preciso che non trovo niente di male nel voler pubblicare la propria corrispondenza privata, ma la questione mi sa troppo di fine pubblicitario fin dagli esordi.

Come dicevo inizialmente, Prestinenza Puglisi non è nuovo a simili trovate, ma scomodare fin'anche Manfredo Tafuri per questioni di immagine e di illustri contatti per arricchire la sua presS/Tletter, provocando il nemico giurato, credo sia un abuso che un critico con al seguito un buon numero di studenti - ragazzi alle prime armi - non dovrebbe permettersi.

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sabato, 31 marzo 2007

   003 Information Tecnology - Maliziosi Italiani  

Arie Italiane - motivi dell'architettura italiana recente, ha sicuramente il merito di tentare una sistematizzazione della produ- zione di una parte della cultura architet- tonica italiana, districandosi all'interno del caotico e complesso panorama contempo- raneo.
Ha d'altra parte il demerito di non affilare strumenti di indagine idonei ad assimilare apporti visibilmente eterogenei. Esiste certamente una tendenza diffusa tra i giovani architetti italiani a confrontarsi con i temi del contemporaneo (informatica, tecnologia, elettronica e digitale), ma emerge contemporaneamente la distanza esistente - tanto nell'approccio quanto nel prodotto finale - tra linee di ricerca spesso troppo dissimili tra loro.


Maliziosi Italiani è stato pubblicato sul sito di Prestinenza Puglisi, in occasione del concorso per giovani critici lanciato in PresS/Tletter                        [Vai al Post...]

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lunedì, 19 marzo 2007

Scuola italiana - Questi nostri maestri

In occasione di un seminario tenuto al Politecnico di Milano, alcuni esponenti della vecchia guardia dell'architettura italiana sono stati invitati a dibattere il tema dell'insegnamento della progettazione. In una società che propone informazione a ritmi incessanti e con tempi sempre più compressi, la recensione di un libro edito quasi dieci anni fa potrebbe apparire obsoleta e superata. In realtà di superato a quella data c'è solo l'apparenza di una copertina sgualcita. Ben poco è cambiato nelle facoltà di architettura italiane, laddove continuano a imperversare con le loro teorie posticce i professori dell'Accademia, intesa questa cosi come romanticamente ci hanno insegnato i razionalisti italiani, che della lotta a qualsiasi forma di accademismo ne fecero un'arma piuttosto efficace.
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domenica, 11 marzo 2007

L'ultima ferraglia di Ghery

Nel numero 752 - febbraio 2007 - la rivista Casabella pubblica l'ultima 'opera' del maestro contemporaneo Ghery, l'hotel de charme, realizzato in Spagna, commisionato dai proprietari di una rinomata cantina vinicola della regione della Rioja. Un ristorante per 172 posti, un albergo con 14 camere, un ambiente per la degustazione dei vini e una serie di servizi e di spazi per i visitatori con viste sul paesaggio. L'edificio è di piccole dimensioni. Nulla a che vedere con le cattedrali di Ghery tipo il Guggenheim di Bilbao,  ma nonostante le dimensioni ridotte appunto dell'hotel, il progetto scuote le coscienze dei lettori di Casabella. A lanciare la polemica sul web è un articolo di Ugo Rosa in cui si mette chiaramente in discussione genesi e prodotto finale di un architetto che ormai non riesce più a limitare un ego straripante oltre ogni accettabile misura - sempre che ve ne sia una - e che, apparte gli inizi indubbiamente interessanti, continua a riproporre con una certa nonchalance in un'unica salsa le sue ferraglie ammassate.
Il nodo della questione si concentra essenzialmente sulla presunta utilità dei numerosi risvolti di titanio che si aggrappano alla struttura portante in cemento armato e rivestita in pietra. Una pensilina che pur essendo tutto è anche niente. E' tutto perchè se idealmente spogliamo la struttura portante dell'hotel - la struttura che poi a tutti gli effetti delimita e conforma gli spazi veri e propri dell'edificio - dall'ammasso di titanio, non resta che un verme denudato, quel che si vedrebbe sarebbe più penoso di un bradibo tosato. E' nulla perchè la pensilina non assolve nemmeno alla sua funzione basilare di proteggere dal sole, dunque essa non serve più a nulla, neppure a far da pensilina. Dunque è anche niente. L'elemento, quindi, caratterizzante l'intervento, rappresenta unicamente la firma dell'architetto, la sua impronta di riconoscibilità, il suo personale sigillo su un letto di cera calda, essa serve solo a nominare il creatore.
L'albergo che ci sta dietro avrebbe potuto essere un miserabile contenitore prefabbricato e non sarebbe cambiato nulla. ci sarebbe pur sempre stata la pensilina, fattore decisivo. Del resto provateci pure: potete applicare col pensiero questa pensilina ad uno qualunque degli edifici di cui pullulano le strade delle nostre citta. il risultato non sarebbe diverso. Un coso - caserma, albergo, cesso pubblico, parcheggio o altro - progettato dal geometra Pertugi o dall'ingegner Batracomio con questa mise diventerebbe immediatamente soggetto da rivista.
Ora, rendiamoci conto di cosa è diventata l'architettura contemporanea. Tutti quei profeti degli anni '70 ed '80 a cui in ogni modo dobbiamo riconoscere il merito di aver superato la ventata post-moderna, aprendo nuove ed eccitanti vie di sviluppo, si sono manieritizzati oltre ogni misura ed accettabile compromesso con il mondo del mercato. L'architettura è stata mercificata, in barba a tutti gli sforzi non indifferenti di quelle avanguardie dell'inizio del XX secolo che cercavano il più possibile di scuotere le coscienze degli architetti, rendendoli partecipi del progresso umano cui si assiteva. L'architettura aveva forti fini sociali. Pensiamo a Loos e Bruno Taut tanto per citarne un paio. Pensiamo alle ricerche sull'Existenz Minimum, ma anche, di riflesso, all'opera di educazione al nuovo stile promossa - nota bene - dallo stato tedesco che a cavallo tra '800 e '900 invia un suo rappresentante - Muthesius - in Inghilterra per indagare le ragioni per cui il popolo anglosassone aveva assimilato i dettami del nuovo gusto, a differenza di quello tedesco ancora arroccato ai dettami ottocenteschi. E di esempi se ne possono citare a migliaia, il tutto per sottolineare ancora una volta che i grandi maestri contemporanei ignorano volontariamente le esigenze di fondo cui l'architettura dovrebbe - e il condizionale vista l'opera di Gehry in esame è d'obbligo - dare risposta. Sull'architettura possiamo filosofeggiare quanto vogliamo, teorizzare, speculare con le nostre osservazioni ben condite di nobili citazioni, ma resta il fatto che essa ha un fine, un utilità, che non è solo economico, e non è assolutamente quello della firma, della riconoscibilità, della tendenza, dello stile, ma è un fine ed un utilità sociale che l'architettura non può permettersi di ignorare.
L'architetto-scultore Gehry ha terminato il suo ciclo - ripeto, inizialmente alquanto interessante - nell'opera massima del Guggenheim. Gli dobbiamo indubbiamente molto. Il  Gugghenheim ha aperto la mente della cultura architettonica, ha suggerito - piuttosto esplicitamente - tutta una serie di strade per uscire dall'empasse post-moderna, ma da quel momento in poi le sue ferraglie - perdonatemi il termine, c'è chi preferisce la metafora del fiore per descrivere gli ammassi di titanio - non hanno fatto altro che alimentare una moda senza fondamenti solidi di ricerca, senza possibilità di ulteriori sviluppi.
Purtroppo, fino a quando i sempre più numerosi studenti di architettura - solo in Italia aumentati esponenzialmente negli ultimi anni - continueranno a comprare le costose monografie dei grandi maestri contemporanei, fino a quando continueranno ad invadere in massa, estasiati, l'ultima chicca del giorno, fino a quando una mentalità critica e sufficientemente cosciente di cosa sia oggi arte rispetto a cosa è semplicemente spacciata come tale dall'amministrazione comunale di turno, di hotel marques c'è ne dovremo aspettare ancora molti.

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lunedì, 12 febbraio 2007

PresS/Tletter - Un concorso per giovani critici

La rivista online diretta dal critico Luigi Prestinenza Puglisi bandisce un concorso per giovani critici under 35, che possono partecipare con un qualsiasi testo di critica di architettura. Il concorso è motivato, a detta di Prestinenza Puglisi, dal strano fenomeno tutto italiano per cui la categoria dei critici  sta scomparendo perché pochi hanno il coraggio di sostenere e motivare le proprie opinioni. Ovviamente se tale categoria scompare chi acquisterà le pubblicazioni dei critici più affermati?
La preseunta mancanza di nuove leve di critici d'architettura più che da imputare all'assenza di coraggio di sostenere e motivare le proprie tesi, credo sia invece dovuto alla pigrizia ed al menefreghismo dei giovani studenti di architettura che non studiano. Studenti che non studiano, studenti che non leggono. Il livello culturale dei neo laureati si è notevolmente abbassato in Italia. Colpa del boom di immatricolazioni nelle facoltà certo, ma anche e soprattutto colpa di un sistema - quello universitario - che più che puntare alla formazione dello studente, lasciando magari un po di spazio all' autodidattismo laddove si sviluppano interessi che esulano dal percorso formativo imposto dalla facoltà, ha trasformato tale percorso formativo in una lotta di sopravvivenza da cui solitamente si esce con le ossa rotte, e già qualche accenno di reumatismi - vedi età media di laurea. Più che mancanza di coraggio, per sostenere e motivare le proprie opinioni mancano quindi i presupposti a fondamenta di tale attività: una base culturale solida.
Altra questione spinosa è rappresentata dalla gestione di un'altro sistema tacitamente accettato che vede giungere i materiali della critica sempre con notevole ritardo e solo dopo che il sistema principale ne ha fatto uso ed abuso proprio. Certo, il web ha sopperito in parte tale mancanza e privilegio di pochi, ma resta ancora una goccia nel mare.
E non da ultimo, la mancanza, per lo meno in Italia, di critici - e di una critica di architettura - di riferimento, che non pensi unicamente a scannarsi per acquisire posizioni di prestigio, che rispetti i principi basilari di onestà culturale, di una critica contemporanea che metta per un attimo da parte gli interessi di marketing, e che non scenda assolutamente a compromessi.
Ad ogni modo, nonostante i problemi che sono alla base della critica contemporanea difficilmente sradicabili, la proposta di PresS/Tletter è ben accetta nel momento in cui sfogliando la maggior parte delle riviste italiane e cliccando tra un sito e l'altro di architettura ci accorgiamo immediatamente della mancanza di testi teorici, di critica serrata, con il coltello tra i denti, che in qualche misura influenza lo stato di calamità naturale dell'architettura contemporanea italiana. Tutto ciò che si pubblica è elogiato. Sempre più difficle trovare testi e saggi con tanto di foto che denigrano un architetto o un architettura. Ora mi chiedo: ma dato che le riviste sono piene zeppe proprio di quei critici quali il direttore di PresS/Tletter, non sarà mica che il coraggio di sostenere e motivare le proprie opinioni manchi a tali critici in voga? O peggio ancora che le proprie considerazioni a proposito di un tal architetto o di una tale architettura siano fortemente influenzate dal grado di appartenenza allo star sistem cui questo appartiene? Meglio tenerseli amici no? Ma ritorniamo al punto di partenza di questo post. Il male è radicato, e difficile da estirpare. CaffeArchitettura seguirà sicuramente gli esiti del concorso, e chissà forse parteciperà allo stesso. Mettersi in discussione può valerne la pena se l'occasione diventa punto di confronto e possibilità di stringere nuovi legami.

Premio PresS/Tletter di critica d'architettura
I edizione - 2007

bando di partecipazione

Presentazione
La rivista
PresS/Tletter bandisce la prima edizione del Premio per la critica d’architettura. Il premio ha lo scopo di promuovere tra i giovani l'attività critica.
Partecipazione
La partecipazione è aperta a tutti gli under 35 (nati dopo il 1/1/1972).

Esclusione
Sono esclusi dalla partecipazione i membri della giuria.

Modalità di partecipazione
I  concorrenti possono presentare qualsiasi testo critico di architettura. La presentazione avviene in forma palese, indicando i propri dati sull'elaborato. E' ammesso un unico scritto originale e inedito. La lunghezza massima consigliata dell'elaborato è di 10.000 battute circa. Il formato del testo deve essere .doc (Microsoft Word o compatibile).
Presentazione
Gli scritti devono essere inviati all'indirizzo @-mail: redazione@prestinenza.it entro il 31-3- 2007. L'oggetto della @-mail deve essere: Premio Critica PresS/Tletter. Nella mail il concorrente dovrà dichiarare, assumendosene la responsabilità, che il testo e' stato scritto interamente ed esclusivamente di suo pugno e che non vi sono diritti di terzi. Come ricevuta verrà inviata mail di risposta.
Selezione
Il concorso è articolato in due fasi. Nella prima verranno selezionati i 5 finalisti. Nella seconda proclamati i vincitori.
Giuria della prima fase: Diego Barbarelli, Zaira Magliozzi, Santi Musmeci, Francesca Oddo, Ilenia Pizzico, Marco Maria Sambo ( redattori presS/Tletter)
Giuria della seconda fase: Anna Baldini ( direttore PresS/Tmagazine), Diego Caramma (direttore di Spazioarchitettura), Cesare Maria Casati (direttore de L'Arca), Stefano Casciani (consulente editoriale Domus), Renato De Fusco (direttore di Op.cit), Nicola Leonardi (direttore di The Plan), Valerio Paolo Mosco (critico), Giuseppe Nannerini (direttore de L'Industria delle Costruzioni), Luigi Prestinenza Puglisi (direttore di PresS/Tletter).
Avvertenze finali
Partecipando al concorso i concorrenti accettano e autorizzano la pubblicazione su PresS/Tletter. Per detta pubblicazione, nello spirito di presS/Tletter che e' gratuita, non e' previsto alcun compenso agli Autori. PresS/Tletter si riserva, per fondate ragioni (quali, per esempio, scritti offensivi o lesivi della dignità di terzi), il diritto di non pubblicare i testi pervenuti.


 

 

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giovedì, 25 gennaio 2007

La Chiesa di Saint Pierre

La natura chiude una vita, un'attività ammirevole, con la morte; e niente è più trasmissibile che la nobiltà del frutto del lavoro: il pensiero. Tutto il resto scompare. Le Corbusier

Il 29 novebre scorso è stata ufficialmente celebrata l'inaugurazione dell'Englise de Firminy-Vert, alla presenza del ministro francese della Cultura e della Comunicazione Renaud Donnedieu de Vabres.
Nel 1954 a Le Corbusier gli vennero commissionati una serie di progetti dall'allora sindaco del comune di Firminy: progetti per il quartiere di Saint'Etienne, per uno stadio, un edificio residenziale ed una chiesa, tutti nella contea di Firminy. Mentre i primi tre progetti furono realizzati, la chiesa di Saint Pierre rimase per Le Corbusier uno dei tanti progetti destinati a restare sulla carta. Questa viene pubblicata nell'Ouvre Complete con la data del 1960, ma nei carnets osservazioni sulla chiesa giungono fino al '63 (riporta la data del 1963 una prospettiva della Chiesa a tutta pagina).

Le Corbusier è completamente travolto dall'impeto progettuale che contraddistingue la sua fase matura, letteralmente assillato dalla volontà di lasciare ai posteri formulari universalmente validi e riferimenti bibliografici. Egli sembra trovarsi particolarmente a suo agio nel progettare edifici religiosi. Il decennio trascorso senza edificare quasi nulla aveva ridestato interessi sopiti nel tempo primo tra tutti l'innata passione per la vita claustrale, laddove il ricordo della Certosa d'Ema era ancora vivo e tumultuoso. Prima del progetto per la Chiesa di Saint Pierre Le C. ha già realizzato la Cappella di Notre-Dame-du-Hunt a Ronchamp, ed il Convento de La-Tourette nei pressi di Lione. Due progetti apparentemente antagonistici, ma entrambi frutto di passioni nutrite per anni in parte offuscate dal prepotente mito della macchina, e rivitalizzate nel momento in cui la 'carneficina meccanica' della seconda guerra mondiale aveva mostrato il lato più oscuro dell'industrializzazione e della meccanizzazione, mettendo in crisi l'approccio tutto positivista del Le Corbusier progressivista. L'Englise de Firminy-Vert consiste in un guscio iperbolico-paraboloide che, dopo Ronchamp e La-Tourette rappresenta il terzo, nuovo tipo di chiesa. Questa nota a pié di pagina dell'Ouvre complete afferma inequivocabilmente l'importanza attribuita alla chiesa di Firminy. Qui non si trattava di realizzare una stecca in più o in meno delle sue Unitè d'Habitation, ma di edificare il terzo simbolo corbuseriano dopo Ronchamp e La-Tourette.

A questo punto è inevitabile chiedersi il perche di una costruzione, durata tra l'altro ben 36 anni dalla posa della prima pietra fino al termine dei lavori, inaugurata appunto ben 46 anni dopo la sua progettazione e 42 dopo la morte dell'architetto. Condivisibile fino ad un certo punto l'intervento di Zaira Magliozzi apparso su PressTletter 1-2007. Secondo la Magliozzi infatti l'inaugurazione della chiesa di Saint Pierre, la realizzazione di una casa progetta da Wright a 50 anni dalla sua morte e le ricostruzioni di padiglioni destinati ad essere temporanei ed oggi ricostruiti come permanenti, sono il sintomo chiaro ed evidente di un mercato economico che non trova ormai nessun limite tanto meno nell'architettura. Infatti investire sul nome di un maestro del Moderno quale Le Corbusier, Wright, Mies o altri, rappresenta da un lato l'indubbia sicurezza del ritorno economico del capitale investito (immagino le folle di architetti nostalgici del Moderno avidi di immagini a 8.1 milioni di pixel), e dall'altro l'azione pubblicitaria dell'intervento, sicuramente un tocca sana per l'immagine della città di Firminy. Ovviamente il falso non è neanche un falso d'autore, nel senso che a distanza di quasi cinquanta anni dalla morte del proprietario intellettuale dell'opera sono cambiati i temi, le tecniche, i materiali. Ma a mio avviso, più che speculare sull'autenticità dell'opera in questo caso gli 'autori' della ri-costruzione, o meglio della costruzione postuma, si sono spinti ben oltre la questione del falso in se per se. Progetti destinati a restare sulla carta sono progetti che hanno un proprio valore intrinseco fino a quando appunto qualcuno non intenda realizzarli. Non so se osserverei affascinato come sempre progetti su cui tanto si è fantasticato in virtù proprio della loro non realizzazione. In un epoca dove la seduzione dell'immagine è diventata un vera dipendenza, tanto quanto effimera, credo che molti progetti si fanno apprezzare proprio per non essere stati realizzati. L'Englise de Firmini-Vert poi possiede intrinsecamente la consapevolezza e l'orgoglio dell'aver ideato quel terzo nuovo tipo di chiesa che avrebbe assunto tutt'altro valore nel momento in cui sarebbe stata realizzata.

I progetti nascono con un destino gia assegnato. Assegnato dalle contingenze economiche, storiche, e da eventi tanto imprevidibili da comprometterne l'eventuale fortuna. Forse neanche Le C. si sarebbe aspettato una riverenza tale a quasi cinquanta anni dalla sua morte. Praticamente mezzo secolo in cui è stato detto e scritto di tutto sull'architetto, nel bene e nel male, piu influente del secolo scorso, periodo in cui non sono mancate dovute rivalutazioni sull'effettivo apporto dello stesso al Moderno. Realizzare la chiesa di Firminy, tipologia principe nella ricerca spaziale lecorbuseriana, ha tutto il sapore della beffa nell'esatto momento in cui il progetto è stato svilito dalla repentina variazione della destinazione funzionale. Ed in tale manipolazione si esplicitano le reali motivazioni che ne hanno determinato la realizzazione. Fine propagandistico di una realtà locale. Una chiesa sconsacrata ancor prima di essere consacrata.

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postato da MoffaLuigi
mercoledì, 29 novembre 2006

Dibattito

Città da rottamare 01

L'AUDIS - Associazione delle Aree Urbane Dismesse - nata nel 1995 allo scopo di promuovere un dibattito culturale sui possibili scenari di recupero delle 'aree dismesse' (interi settori urbani la cui riconversione consentirebbe alle città di dotarsi delle strutture necessarie per conseguire nuovi livelli di qualità urbana), ha organizzato un convegno, che si terrà a Roma venerdi 1 dicembre 2006, dal provocatorio tema: "La città da rottamare. Dal dismesso al dismettibile nell'edilizia residenziale del dopoguerra". Nella sua vasta area disciplinare l'associazione limita quindi per questo convegno l'attenzione a quelle corpose parti di città destinate ad uso residenziale che costruite in maniera piuttosto frettolosa nel dopoguerra, in seguito alle violente distruzioni prodotte dagli eventi bellici, fino ai primi anni '70, rappresentano oggi parti di città consolidate che la cultura urbanistico-architettonica ha da sempre amato definire periferie, e che attualmente sono diventati parti integranti la città.

Roberto D'Agostino e Pier Paolo Maggiora hanno anticipato alcune delle tematiche che verranno dibattute durante il congresso, su Radio 3 Suite. Roberto D'agostino punta l'attenzione sulla destinazione sociale di queste aree. Aree residenziali che esaurito un ciclo di vita fisico ed economico, non più in grado di soddisfare le esigenze che l'abitare contemporaneo impone, sono abitate da quelle classi sociali meno abbienti, le fasce piu deboli - immigrati compresi - che vittime di un sistema economico che non ammette cambiamenti di residenza, sono costretti ad assecondare le regole del mercato immobiliare imperante nelle nostre città. Queste aree residenziali sono parti di città che non sono più periferie ma in molti casi lambiscono i centri storici. Pier Paolo Maggiora affronta invece le questioni più delicate legate alla 'demolizione' ed agli 'attori responsabili' di tale processo. Al fin troppo scontato confronto tra le città francesi e le città italiane, di cui le prime molto piu aperte storicamente ad imponenti lavori di demolizione e ricostruzione, Maggiora afferma che bisogna imbastire una teroia dei valori senza la quale non si puo stabilire cosa è marcio e cosa vale la pena tenere, ristrutturare, rifunzionalizzare. Quando tutto si conserva a prescindere dalla teoria dei valori, tutto si paralizza. Mentre per quando riguarda le responsabilità, molto probabilmente è giunta l'ora di non incolpare delle conseguenze unicamente architetti ed urbanisti. Sicuramente fanno parte del processo di degrado, e sicuramente va loro la colpa di non aver sollevato la spinosa questione, di non aver innescato un fertile dibattito dalla quale ricavare utili rifermenti di approccio e di pratica, un orientamento metodologico utile a riqualificare queste aree. Ma bisogna tener conto anche delle amministrazioni comunali, delle iniziative private, che al pari di architetti ed urbanisti, intevengono in maniera attiva nelle vicende urbanistiche della città.

In attesa degli esiti del convegno, non ritengo affatto scontate alcune considerazioni. Il confronto tra l'approccio alla demolizione nella cultura francese e nella cultura italiana potrebbe essere facilmente archiviato con il caso Baunlieu. In fondo problemi di ordine di quella portata non si sono verificati nelle nostre città. Anche se vi sono state delle piccole avvisaglie. Un confronto senza approfondimenti delle diverse vicende sociali dei due paesi sarebbe ridicolo quindi esula da questo post. E' vero che la cultura urbanistico-architettonica ha fin troppo spesso evitato il problema di quell'edilizia residenziale priva di qualità formali e funzionali capaci di reggere all'evoluzione del tempo e della società. E cosi ci ritroviamo oggi giorno con milioni e milioni di metri cubi di residenze fatiscenti e sempre più invivibili, e con l'assenza di strumenti di analisi e metodologie d'intervento qualificate. E mentre le patinatissime riviste nostrane continuano imperterrite a pubblicare le foto ritoccate ad arte dell'archistar di turno, ben vengano convegni in cui sta a cuore il destino delle nostre città.

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